Novelle

La visita

Lo Sconforto si sa, certe volte bussa alla porta, ma con un trapano a percussione. Entra e basta. Le prime volte, sconcertato, gli chiedevo se quello fosse il modo, se gli sembrava cortese auto-invitarsi senza darmi la possibilità di sbatterlo fuori. Gli dicevo che avrei dovuto prepararmi per l’occasione, che ero in mutande e che la casa era in disordine. Di tutta risposta, quello rispondeva: “Non sono mai stato un ospite, nè una visita di cortesia. Sono qui per metter ordine alle tue cose. Quando ci son io, non che si badi troppo all’apparenza e all’ordine. In fondo, non c’è nulla da festeggiare. Piuttosto, sono qui per ricordare il disordine: metto in fila e appaiati, i tuoi casini.“. E così, facendo un inchino, rispondevo: “S’accomodi”. Chiudevo la porta e lo facevo sedere accanto a me, sul divano preferito.

Abbiamo passato diverse serate insieme, ci siamo fatti compagnia guardando un film o leggendoci un libro. Anche scrivendo. Credo che i momenti più belli siano stati quelli nei quali lui stava a guardarmi mentre imbrattavo un foglio bianco di pensieri.

“Cosa scrivi” – chiedeva.

“Niente di che. I motivi per i quali continuo a non smettere”.

“Smettere cosa?!”.

“Di fare quel che sto facendo”.

E così continuavo a riempiere fogli bianchi. Attraverso le righe segnate da inchiostro, riscrivevo una parte di me, come sfogliare un album di fotografie. Avevo l’impressione che certi episodi del passato, a mente lucida, fossero ora più chiari. Avevo delle risposte alle quali avevo preferito rinunciare. Intanto Sconforto stava a guardarmi e s’annoiava.

“Quando hai finito, mi degni di uno sguardo?” diceva, quasi pregandomi.

“Certo! Ancora un pò e sono da te.”

Questa situazione capitava sempre più spesso. Ma non solo mentre scrivevo. Mentre facevo ogni cosa. Perchè ogni cosa mi sembrava avesse senso. Anche la visita inaspettata del mio amico. In una delle ultime visite, distratto, feci entrare ancora una volta Sconforto e fuggii di corsa sotto la doccia. Ero praticamente nudo. “Fa come a casa tua!” – dissi urlando dal bagno.

Quando tornai dal mio ospite, già non c’era più. “Mah” – pensai – “si sarà offeso”.

E così la volta successiva e l’altra ancora. Fino all’altra sera, quando spalancando la porta, entrò e pianse cadendo ai miei piedi.

“Chi ti ha detto come fare?!!”

“Cosa? Fare Cosa??!”

“Queste ultime volte, distratto, mi hai fatto entrare. Ma non hai mai chiuso la porta alle mie spalle. Si dice che lo Sconforto ti resta accanto e non ti abbandona, fin quando non gli offri una via d’uscita. Come le mosche. Se le imprigionii e non tieni aperta la finestra, puoi solo rincorrerle. E non sempre vinci. Vinci solo se la lasci andare da dove sono entrate”.

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