Novelle

Le parole e gli errori

C’era una volta nel paese di Molto Molto Vicino, un ricco signore, benestante di famiglia, il quale, per via della sua vita agiata e priva di preoccupazioni, trascorse gran parte della vita viaggiando. Così conobbe gente di ogni razza e filosofia, imparò diverse lingue e visitò i luoghi più disparati.

Il suo nome era Eufemio. Ma tutti in paese, lo chiamavano Eccellenza. RItiratosi nel suo palazzo per la tarda età, si sollazzava leggendo manoscritti di antiche civiltà, scrivendo qualche componimento e dispensando quando capitava, lezioni di grammatica ai pargoli più disagiati.

Spesso succedeva che corressero da lui, per chieder consiglio su questa o quell’altra faccenda: sua Eccellenza elargiva la sua intelligenza e cultura con modi sublimi. Non di rado rimproverava i suoi interlocutori, per l’insistenza negli errori. “Quante volte devo spiegarti che si dice ‘imparato’. Tu impari, io insegno. Ti è chiara la differenza, ora?”.

Beniamino andava spesso a palazzo. Era un giovane falegname, a cui la vita aveva solo insegnato il colore degli alberi e la quantità di animali che popolavano la foresta.

“Eccellenza, ho bisogno del suo aiuto. Mi occorre scrivere una lettera per la mia innamorata Claretta”. Ogni volta Beniamino presentava le sue lettere e tutte le volte, sua Eccellenza, scuoteva la testa in segno di disappunto. “Non va bene, ragazzo, non va bene!”. Segnava con evidenti tratti rossi gli errori, tanto che, certe volte, era impossibile distingue le parole sul foglio.

Una volta Beniamino si presentò a palazzo dicendo .”Eccellenza, questa è la più importante di tutte! Deve aiutarmi!”. Eccellenza lesse la lettera e ci segnò sopra un’infinità di segni rossi che lasciarono sgomento Beniamino. “Va a casa e correggi dove ti ho segnato” disse sua Eccellenza. Beniamino tornò a casa riscrivendo la lettera come gli aveva suggerito sua Eccellenza. Quando ritornò a palazzo, sua Eccellenza scosse ancora la testa. Lasciò sul tavolo quello scarabocchio e su un nuovo foglio segnò alcuni suggerimenti per il giovane falegname. Beniamino raccolse la sua lettera straccia e la intascò, poi accolse quel nuovo pezzo di carta, come fosse un regalo. Sapeva che non doveva far altro che ricopiare quanto gli aveva suggerito sua Eccellenza: sentiva in cuor suo che la dolce Claretta si sarebbe commossa davanti a quelle parole.

Mentre tornava a casa, incontrò la sua giovane innamorata.

“Dove vai di gran affanno e cosa nascondi sotto il braccio?”. Beniamino per quanto falegname e privo d’istruzione, era anche abbastanza ingenuo, così che raccontò alla sua Claretta, tutta la verità. “Allora fammi leggere la lettera, Beniamino!”. Ma quando i suoi occhi incontraro quelle parole, Claretta restò confusa. “Che significa? Cosa vuol dire questa lettera?! Non si capisce nulla: è tutto così … vago!”.
Beniamino mori’ di mortificazione.
“Come non si capisce nulla? E’ la mia lettera ufficiale, la più importante, quella in cui chiedo a tuo padre la tua mano. E’ vero che sono un bifolco, ma impiegherò tutte le mie forza, tutte le mie energie per renderti felice. Userò braccia per sostenerti, gambe per guidarti, cuore e testa per amarti e pensare alla tua felicita’, e quand’anche non ci riuscissi, chiamerei tutti gli animali della foresta perché mi aiutino a tenerti vicina, come una sposa felice”.
A queste parole, Clarette si commosse e pianse.
“Queste sono parole…che conosco. Dove le hai tenute!”.
Beniamino estrasse il pezzo di carta straccia che sua Eccellenza aveva pasticciato di rosso e lo consegno’ alla sua innamorata.
“Eccole, ma erano piene di errori!”.
Claretta lo raccolse e lo strinse al cuore.
“Di errori così ce ne sono, ovunque. E ce ne saranno, comunque. Di parole così invece, non ne resterà che un dolce ricordo!”.

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