Novelle

Via Appendice, Strada Chiusa Senza Numero Civico [Novella a puntate?!]

Non vi erano indicazioni particolari.
Via Appendice, Strada Chiusa Senza Numero Civico, o la conoscevi, o la ignoravi.
E se la ignoravi, c’era anche un perché.
Ad ogni modo, ogni abitante, ogni pellegrino, ogni passero o topo ballerino, sapeva che, in tal luogo, all’altezza del centro, vi era una strada che non conduceva a nulla. Era un vicolo cieco del mondo, nel quale prima o poi, sarebbero confluite le scorie e le acque d’inverni piovosi. In reflusso si diramava attraverso arterie e piccoli canali sotterranei che, finivano per sbottare e tirar su acqua e merda dai tombini arrugginiti e invecchiati dalla stessa melma degli anni precedenti.
E non vi era nemmeno motivo di doverla visitare, via Appendice.
Sebbene esclusa dalle citazioni planimetriche, una gigantesca distesa verde, un prato incontaminato così come Iddio l’aveva progettato, l’illuminava quel tanto che bastava: un’area fin troppo delicata e ignorata dal mondo. I passanti – per caso o per necessità – ammiravano quell’immenso sputo di erba che brillava. Era lucente, di un verde che non avresti incontrato mai più nella vita: forse, anche per questo, erano in molti a sostenere che Iddio stesso se ne prendeva cura. Era anche proba-bile che le acque di scolo, ne garantissero il sostentamento naturale.
Comunque, Iddio, c’entrava sempre.
Gli abitanti di Via Appendice S.C.S.N.C. eran sempre quelli.

Da una vita.

Se avessero chiesto loro, in quale maniera vi fossero giunti o in quale epoca ci avessero messo piede per la prima volta, la risposta sarebbe stata la stessa: da sempre. E per tutti e tre.
Eran tre case. Tre di numero. Tre come il numero perfetto.
Erano di una riservatezza schifosa. Sembravan figurine appiccicate su di un album, o fotografie in bianco e nero, messe lì per riempire il paesaggio, una cornice.
Ma ciascuna delle tre, delle tre famiglie, viveva la sua vita, il proprio lavoro, i propri amici e parenti lontani a cui far visita nelle feste comandate.
E pagavano anche le tasse, come tutti gli altri. Al catasto e all’anagrafe, risultavano eccome.
Strane voci circolavano già dai tempi della guerra, e nel dopoguerra, e negli anni della contestazione. E probabilmente, da sempre.
Una di esse, per esempio, raccontava la strana storia che quelle case non fossero mai esistite.
Era solo apparenza.
E per questo motivo, si pensò bene di chiamarle col semplice appellativo di “APPARTAMENTI”. Qualcosa di appartato, apparente, approssimativo che mai nessuno, ha visto tirar su.
Gli appartamenti di Via Appendice S.C.S.N.C. si ereditavano, si tramandavano di padre in figlio, tanto che, ciascuno degli eredi, badava bene a che il nucleo famigliare rimanesse sempre e comunque di numero pari a tre. Tre come il numero perfetto. Padre, Madre, Figlio: gli elementi indi-spensabili che potevano definire il concetto di Famiglia.
Solo la famiglia dell’Indiano, faceva eccezione. Ma eran due gemelli.
Indiano Padre, Indiani Figli Gemelli.
I figli erano sempre gocce d’acqua.
Somigliavano ora al padre, ora alla madre. E comunque sempre al legit-timo proprietario dell’appartamento. Erano simili in tutto. Lineamenti, colore degli occhi, postura, camminata. Carattere. Solo l’età poteva di-stinguerli. Comprendevi da subito chi era figlio di chi, e soprattutto in quale via della città abitasse.
Così come gli Appartamenti, anche i residenti di quella strada chiusa senza numero civico, erano una leggenda, di quelle alle quali non puoi che affibbiare un nomignolo strano, o curioso.
Un soprannome, insomma.
Se parlavi di appartamenti, li distinguevi come per un condominio: Interno 1, Interno 2, Interno 3.
Se intendevi riferirti ai legittimi proprietari, dovevi chiamarli per nome.
L’indiano.
La famiglia sacra.
I Caini.
Se giocavi per associazione d’idee, era tutto più semplice:

Interno 1 – L’Indiano.

Interno 2 – La famiglia sacra.

Interno 3 – I Caini.

Nessuno se ne è mai chiesto il motivo. Ma tutti, li chiamavano così.
Proprio così.
L’Indiano, La famiglia sacra e I Caini.
Erano gli appartamenti più nascosti della città, quelli dei quali parlavi solo ad un confidente, perché un po’ di vergogna, la provavi.
Di zone del genere, di lati oscuri così, insomma, non ne puoi parlare con chiunque.
Non era la ‘chiacchiera’ più comune.
Tuttavia, era un luogo comune: un posto dove ogni membro della città, si trovava a proprio agio.
Anche senza doverci passare per forza.
Ciascun abitante, pellegrino, passero o topo ballerino, sapeva che quella zona esisteva.
E se la ignoravano, c’era sempre un perché.

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