Novelle

Incollati alla finestra

“Dimmi una cosa inutile”.
“Mediamente un uomo, ride quindici volte al giorno”.
Il piccolo uomo, si rattristò.
“Papà, me ne dici un’altra più bella?!”.
Adesso la faccenda diventava imbarazzante. Raccontare favole era certo più divertente, ma Giuliano non era bambino che s’accontentava di una storiella. I suoi giochi erano ormai solo un mucchio di ossa colorate, chiuse nel baule del “non ci gioco più!”. Qualsiasi fanciullo perde presto l’entusiasmo per le novità, le scatole da scartare. Alcuni continuano a sfilar via fiocchi e a buttar confezioni, anche da adulti. Questo avrebbe dovuto dirglielo, il saggio papà. Ma preferì conservare la storia, per un’età più matura. Si chiedeva se mai un giorno, quel piccolo impertinente, avrebbe smesso di starsene lì incollato alla finestra a guardar fuori. Ogni volta che una voce s’alzava dalla strada, correva ad acchiapparla. E sorrideva impazzito per la bellezza di nuovi mondi da rubare. Vedere gli adulti discorrere in argomenti che sembravano coinvolgenti, gli metteva adrenalina, un desiderio d’esser grande e affrontare scorribande di conversazioni, perché gli pareva attività molto più interessante dei suoi stupidi giochi. Conoscere nuove espressioni, discorsi incomprensibili, voci di vicinato, era la sua attrazione preferita. S’imbambolava persino dinanzi alla tv: strano che un bimbo di cinque anni, seguisse con attenzione il notiziario.
Parlare e ascoltare, erano per Giuliano, due verbi da coniugare all’infinito: si sentiva più ricco quando affrontava discorsi, seduto sulle gambe del papà.
“Solo cose inutili, però. Ogni età ha il suo argomento!”. Per un bambino, era un buon compromesso, pur di giocare a fare i grandi.
Intanto l’impertinente, era ancora lì che attendeva: il piccolo non avrebbe mollato la presa con tanta facilità.
“Allora, me ne racconti un’altra?! Questa della risata, non era bella”.
“Un bambino, mediamente, fa quattrocento domande al giorno”.
L’espressione di Giuliano, stavolta s’incurvò in una parabola di sfrontatezza.
“E i grandi, quante ne fanno?”.
“Molto meno, credo”.
“Perché?”.
“Quando sarai grande, imparerai a veder le cose per quel che sono. Tante parole non significano cose diverse, ma solo le stesse cose in modi diversi. A volte solo giri di parole”.
Chinò il capo, sconsolato.
“Quanto è bello allora, esser grandi se si ride poco e si fanno poche domande?!”.

C’era poco da ridere. E c’era anche da chiederselo.
“Perché?!”.
Pensò che era giunto il momento di farsi una passeggiata con Giuliano.
Incollati alla finestra.

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