Novelle

Tazzine per single (Parte seconda)

estratto da "Ad un passo da me"Intanto la caffettiera gorgoglia: il caffè è pronto.
Odio il caffè caldo la mattina. Stavolta mi è toccato metter su la caffettiera, perché nel bricco del caffè avanzato, c’è solo un alone impiastricciato di caffeina. Ma di puro caffè, nemmeno l’ombra. Preferisco il caffè del giorno prima, freddo e un po’ datato. Un po’ come quando in casa si prepara-no i panzerotti: gli avanzi si mangiano il giorno dopo, freddi. Hanno quel sapore rattrappito, sì, ma di un buono che non ne puoi fare a meno. Saranno vizi insani, che so, ma la faccenda sta proprio così! Insomma, il caffè caldo a prima mattina, è un lusso. Certo. Perché è stimolante, lassativo. E con i tempi che corrono, devi ringraziare se riesci ad essere almeno una volta, al posto giusto, al momento giusto. Figuriamo per chi deve far la corsa a prima mattina ed essere puntuale al lavoro. Invece, una buona tazza di caffè freddo, ti salva la vita: è pronta lì per te, col suo sapore amaro e cinica dipendenza. Perché lei sa, che non ne puoi fare a meno e si crogiola in questa verità assoluta, soprattutto se è cosciente che vivi inseparabilmente con astucci di tabacco arrotolati. Le tue sigaret-te. Quindi, per riassumere, la concomitanza di caffè freddo e tempistica feriale, per noi comuni mor-tali e dipendenti da nicotina, giova al corretto compenso vitale per un tenore di vita quanto meno sufficiente.
Tutto sommato oggi è domenica, posso fare le cose con calma. In fondo, se il caffè mi stimolasse non sarebbe una tragedia: finirei solo in ritardo sulla tazza del water. Dunque il caffè è pronto. Di tazzine pulite ho fatto razzia nei giorni precedenti. Il lavandino infatti, mi ricorda quanto gli sono ingrato: soverchia i limiti di bicchieri e tazzine sporche, appunto. I giorni della settimana sono sette, le tazze quattro, venerdì ero in ritardo e ho fatto colazione al distributore automatico, ieri ho bevuto in un bicchiere di plastica (e chissà da dove è saltato fuori?!), dunque avrei fatto meglio a lavare quelle tazzine, santo iddio! Fortunatamente i piatti mi fanno schifo sporchi, li lavo appena finito, ma i bicchieri e le tazzine, sono elementi ‘stupidi’ di una cucina, quindi anche ammucchiarli in quel re-cipiente che è il lavandino, non è poi così doloroso. Peccato che servano prima o poi. Ero pronto a dare una sciacquata a quelle anime in pena, quando per scrupolo ho aperto la lavastoviglie, nel caso ci fosse qualche spirito di tazzina abbandonata dopo una delle rarissime cene con gli amici.
Ma perché non le fanno più alte ‘ste lavastoviglie?! Devo piegarmi per estrarre il carrello in basso e si sa, di domenica, certi sforzi non sono contemplati. Poi però, colto da improvvisa saggezza, allungo un piede, allo stesso modo in cui una ballerina distende gli arti con abili movenze e dolci virtuosismi. Caccio fuori il piano terra di questo ‘condominio’, dove gli inquilini dormono inermi ormai da settimane.
Pentole, pentolini, una padella e padellino, un imbuto, cucchiaio di legno ed un vasetto di vetro (ma che ci farà ancora lì?), cucchiai, cucchiaini e due tazzoni da latte con Scooby Doo in due pose di-verse, due tazzine. Cooosa?! Ho visto bene?!! Due tazzine, dico! Sì, una da tè, l’altra semplicemente … da caffè!!!
Come mai da queste parti, ragazze?!
Sorrido soddisfatto, ma incerto. Chi le avrà nascoste qui dentro?
Le prendo in mano. Sono graziose.
Ah, ora ricordo. Le ha sistemate la mamma, una delle ultime volte: s’incaponiva così tanto nel di-mostrami che ero disordinato e incompetente in fatto di lavastoviglie, al punto da tenermi una lezio-ne in merito.
«Guarda quanto roba ci entra! Non la sai sfruttare».
“È che non ci voglio nemmeno provare!” avrei voluto risponderle, dal momento che un aggeggio del genere a me, crea solo ingombro: spazio prezioso nella mia infaticabile voglia di non far nulla. Sono un tipo da lavandino e rubinetto, insomma. La semplicità è fondamentale, a mio parere.
Ed eccole qua, queste due belle tazzine.
Le prendo in mano, le osservo. Adesso ricordo anche da dove son saltate fuori.
Sono state un regalo di mia madre. In uno di quei viaggi col pulmann verso qualche santuario. Le aveva viste in vetrina, in un negozietto di antiquariato o roba del genere. Nel vederle, aveva pensato a me. Quando me lo disse, rimasi perplesso.
Che c’entravo io con due tazzine?
«In vetrina c’era un cartello simpatico. ‘Tazzine per Single’. Con la “S” maiuscola, pensa! Così ho pensato a te! Vedi, una è da tè, l’altra da caffè … così non ti manca niente …».
Ero proprio a cavallo, perbacco!
Ricordo che in quel momento provai due sensazioni strane. In una sola parola, la TristeRezza: tri-stezza per il cartello (con la “S” maiuscola, per giunta!) che determinava in maniera assoluta che quelle tazzine erano per sfigati come me; tenerezza perché nell’osservare mia madre, tutto sommato, aveva avuto un pensiero dolce e carino per un figlio … Single.

«Però, pensano proprio a tutto, pur di far business!» fu la mia risposta.
«Non ti piacciono?!».
«Noooo! Sono carinissime. Solo non immaginavo che esistessero tazzine per Single!» e sorrisi per tranquillizzare mia madre.
Da allora le avevo utilizzate un paio di volte, giusto quando gli ospiti in casa erano più di quattro. Anche la tazzina da tè, diventava da caffè.
Io non ci avevo mai bevuto, me ne ero guardato bene! Mi dava davvero di sfigato, una specie di ma-ledizione:
“Non bere in quelle tazzine, altrimenti resterai un Single con la “S” maiuscola!”.
Sentivo questa voce che risuonava nella mia coscienza in preda a scimmie che s’aggrappavano tra i neuroni impazziti.

Ma ora sono necessarie. Ed ho bisogno di Filippo. In questo momento. È la mia guida spirituale.
Lo chiamo e gli racconto la mia storia. Lui, d’altro canto, era single per vocazione e certi discorsi non lo terrorizzavano più da un bel pezzo. Anzi, aveva trovato il giusto equilibrio tra lui e … se stesso (come ci era riuscito, è ancora un mistero!).
Filippo ascolta con molta calma, infine sorride e risolve definitivamente la questione.
«Un negozio di antiquariato hai detto?».
«Sì, proprio così».
«Ma davvero ci credi a ‘sta fesseria? Nel senso, credi davvero che si possa affibbiare un significato assoluto a due comuni tazzine?».
Filippo, era in grado di dimostrare l’utilità di una coperta, allo stesso modo di come avrebbe illu-strato la dialettica da Socrate sino a Schopenhauer, col risultato di farti sentire uno perfetto idiota.
La sua nonchalance nell’argomentare la tesi dalla quale era momentaneamente rapito in una sorta di estasi filologica, trasportava l’auditore in una quarta dimensione, nella quale non c’è spazio per altri punti interrogativi: o ci sei, o ci fai! Ho notato spesso che s’intristisce durante queste esternazioni di concetto, tuttavia mantiene il livello dell’attenzione oltre una certa soglia che definirei prossima alla catatonia. Persino il gesticolare diventa forbito, accurato, imbrigliato, deontologicamente elevato, dalle sue mani si plasma la materia inconsistente e a te pare di vederla, la segui imbambolato spe-rando di captare almeno un decimo di quell’illustrazione teorica, e retrocedi nello sconforto solo quando, il mesto Filippo, spossato dalla fatica, chiede:
«Hai capito, adesso?».

La faccenda delle tazzine, rischia ora di destabilizzare ancor più le mie incerte verità, tuttavia accetto la sfida e mi accomodo. Sono alla stregua del mio caro amico.
«Spiégati, meglio …» tentenno.
«Ma non è che ci voglia tanto. Sono solo due tazzine! Anziché accoppiate o in servizio da sei … sono single! In un certo senso, direi … orfane, per così dire. Immagina una bella famiglia che tra-sloca. Tanti pacchi imballati, il furgone della ditta traballa, un cartone cade e … pòffette! Il bel ser-vizio di tazze si rompe. Ne restano solo due, una piccina e una adulta … Ebay può fare tutto il resto … ».
« … gli antiquari acquistano di tutto pur di vendere, certo! Ci hanno infilato un bel cartello ‘Tazzine per Single’ e hanno fatto l’affare!».
«La tua mammina ha chiuso questa bella catena! Hai capito, adesso?!».
E certo che ho capito!
Adesso farei una corsa. Assalterei il negozietto, cercherei quel cartello e glielo ficcherei su per il de-retano dell’antiquario. Lo avrei fatto solo per un motivo: aveva ingannato mia madre. Aveva preso in giro una donna che, grazie a quel cartello, stava pensando al figlio! Con un solo gesto, stupido ed egoistico, aveva attentato al mistero ancestrale che si nasconde nel rapporto madre-figlio. Cosa non farebbe una madre per il suo primogenito, per giunta … figlio unico? Di tutto! Persino intenerirsi dinanzi al più ingannevole dei cartelli!
Ma se passo da quelle parti, giuro, un salto in quel negozietto lo faccio …

Ringrazio Filippo e lui nemmeno risponde. Quando s’accorge di essere il tuo salvatore, sparisce nel nulla, e con un languido gesto della mano, saluta di spalle.
Dunque, ora non mi resta che affrontare di petto queste benedette tazzine.
Mi piacerebbe un po’ di conforto, una compagnia. Magari mia madre per dirle:
“Vedi, mamma? Le uso eccome, le tue tazzine!”.
Chiudo gli occhi e, come un cretino, quasi spero che in questo momento, qualcuno suoni alla porta. magari mia madre, appunto, o un amico. Meglio mia madre! Un amico a prima mattina è una gran seccatura se viene a trovarti: ha di certo qualcosa da sbobinare, ed io, non ne ho proprio le forze.
Riapro gli occhi. Niente. Ero sempre io, con quelle tazzine in mano.
Felice domenica, Berto! Gustati il tuo caffè. Nella tazzina della mamma.
Non è vero niente. Se ci bevi per una volta, non sarai Single per sempre, è solo una trovata commer-ciale. Non esistono tazzine per single, tranquillo Berto. Il caffè si beve in compagnia, fattelo spiegare dai tuoi amici napoletani … è un momento di ritrovo: “Pigliammoce ‘o ccafè!”. È un invito all’amicizia, alla condivisione, alla sinergia di vivere un momento bello e socialmente costruttivo … vabbè, magari sto esagerando un po’, ma quando si tratta di consolarmi, non mi pongo limiti.
Insomma, non è come pensi. Magari bevendoci la prima volta, si rompe l’incantesimo, la maledi-zione. Esorcizzare le paure, affrontandole, è una gran bella cosa, Berto! Coraggio. È in quella tazzina la tua liberazione: riuscirai a non esser più single, o meglio, riuscirai a non voler esser single. Mai più.
Provaci Berto. È solo un caffè.

Fatto.

L’ho bevuto. È pari al caffè che ho bevuto ieri, l’altro ieri.
Strano. Non è cambiato niente. Nemmeno le mie impressioni sono alterate, né il mio equilibrio giornaliero. Certo, nessuna donna adesso è comparsa all’improvviso in questa cucina, ma nemmeno nulla è peggiorato.

Penso solo che alla fine, crollerò. Accidenti. Io e le mie paure. Sanno di umido, stantio.
È ormai un anno e mezzo che vivo da solo, ma nulla è cambiato alla fine. Immaginavo che dando questa svolta alla mia vita, avrei trovato la via giusta, almeno una certa stabilità. Sì, sono stabile, ma ogni cinque minuti. Come esser in continua mutazione, malato di evoluzione cronica. Il tempo esatto che cambi umore. Mi ostino a credere che tutto mi sia dovuto, come una sorta di contraccambio per tutto ciò che mi è stato tolto. Dovrei andare a ritroso, rivedere i miei passi e soffermarmi in ogni angolo buio di questa mia vita. Ormai non discuto più, nemmeno con me stesso. Sono un paranoico maltrattato dagli eventi ed ogni situazione, finisce per sconquassarmi. Definitivamente. Anche due impiastri di finta porcellana accoppiata. Persino due tazzine mi destrutturano. Ho perso le mie forme, quel che ero, quel che sono sempre stato. E ciò che è l’immagine di Berto piccolo, adolescente, maturo pare conformarsi a fotografie. Ricordi. Nulla più. Troppo spesso son passato oltre i miei li-miti, ai momenti “no”, ritenendo che in fondo, fosse solo un momento, sino a quando, una tempesta ha spazzato via quel che ero riuscito a metter su.
Sorseggio ancora un po’ di caffè, stavolta nella tazza da tè: voglio recuperare il tempo perso e di-mostrare che la mia era solo pigrizia. Avrei potuto utilizzare queste due tazzine in qualsiasi momento, ma avevo i titolari in credenza. Loro erano tazzine di riserva. Forse da tribuna. Il turn over è durato parecchio: adesso è il momento di scendere in campo.
Continuo ad osservare queste tazzine: in realtà, sono proprio da single. Non riesco ad immaginarle accoppiate o su di un vassoio assieme ad altre simili. In effetti, sono perfette così. Single. Senza “S” maiuscola. Stanno così bene solitarie e raminghe. A dirla tutta, penso di piazzarle in campo anche domani, e dopo domani. Voglio che siano tazzine titolari. Tutte e due. Potrei utilizzarle una al mat-tino e l’altra alla sera, quando insonne, accompagno l’ennesima sigaretta al caffè e meditabondo tento di accompagnare a letto anche l’ulteriore giornata terminata come tutte le altre.
Ora però entrambe, sono sudice. Corro a lavarle. È un peccato far incrostare lo zucchero sul fondo, per poi ritrovarmi fra qualche giorno a maledirmi per non averle sciacquate in tempo.
Le infilo sotto l’acqua corrente, spruzzo un po’ di sapone nella spugnetta e scavo con due dita le vi-scere della tazza. La spugna insaponata (maledetta) mi crea un bello scherzo: la tazza da tè scivola oltre le mani, tento di afferrarla in qualche modo, finalmente con un gioco maldestro riesco ad ac-chiapparla ma questa infastidita da tanta schiuma continua scivolarmi. Adesso mi vedo mentre fac-cio il giocoliere con una stramaledetta tazzina beccata per sbaglio in un negozio d’antiquariato … e con le mani insaponate.
Hop … hop … hop … aspetta, adesso ce l’ho … e paffete! Noooooo!!!
Non ce l’ho più.
PorcaMiseriacciaInfingarda!!!!
È caduta per terra.
Chiudo gli occhi, resto immobile di fronte al lavandino. Non ho il coraggio di voltarmi e guardare. Provo orrore nel pensare che quella dannata tazzina si possa esser frantumata in milioni di micro cellule di finta ceramica.
Però, un attimo. Riavvolgo il nastro.
Non mi è parso di aver sentito il tipico rumore stridulo di qualcosa che si sfracela al suolo. Quella densa confusione di cocci che si sparge in ogni dove e la ritrovi dopo anni. No, niente di tutto que-sto. È stato piuttosto un cupo tonfo. Tipo “pum”.
Mi volto lentamente, apro gli occhi.
Giace perfettamente intatta a terra questa figlia di … Single!!!
Lo dicevo io che i single sono di costituzione sana e forte.
Ti amo tazzina da tè single, diventerai ufficialmente una tazza da caffè. Il tè è roba da inglesi, e a parte la bellezza di Londra, non riesco a digerire i britannici e lo loro abitudini.
Mi asciugo le mani, la raccolgo. Mentre la osservo, penso a quanta tenerezza mi faccia. È una situa-zione imbarazzante lo so, ma vivo questo momento quasi fosse l’unico essere al mondo del quale dovrei prendermi cura. Ed è qualcosa di insolito. Nuovo. Mai, in quest’anno e mezzo, ho assaggiato affetto in così tanti bocconi. Adesso, invece, mi ritrovo a coccolare una tazzina!
E ora rivolgo uno sguardo a queste mani, queste braccia, questo corpo distratto che non è stato ca-pace di provare un sentimento simile per se stesso: accarezzo una tazzina e per me non sono in grado di procurare che paranoie, illusioni, pensieri addormentati a quando ogni cosa era al suo posto. Cattivo Berto!
Non mi ero mai fatto una carezza, una pacca di consolazione, una parola di conforto: un gesto in-somma, che non m’avesse fatto sentir così solo. Mi sarò mandato al diavolo un centinaio di volte, ma chiedermi perdono e far pace, non era abitudine dei miei costumi.
Ho da imparare da questa tazzina e quasi quasi, sono invidioso di lei: tutte le attenzioni, tutte le ca-rinerie solo e soltanto per lei. Sei ingiusto Berto, non pensi mai a me, mai a te stesso.
E intanto, giocherello con la mia creatura tra le mani. Penso che dev’essere di forte costituzione, deve avere in sé uno spirito audace per non intimorirsi del pavimento, per resistere al volo e allo schianto su di esso.
Ed io, com’ero? Com’ero formato?! Che fine avrei fatto se fossi caduto per terra?
A dire il vero, da quest’angolatura, il punto di vista è leggermente falsato: ogni oggetto mi sembra enorme, fuori misura, decisamente non alla mia portata. In realtà, parlo da un pavimento. Sono a terra da un bel pezzo e nessuno mi raccoglie. Vivo con la testa all’insù, sperando che qualcuno si accorga di me, che ascolti i miei lamenti, la mia voce soffocare da tanta distanza. E vedo pezzi sparsi di me. A differenza della tazzina, ero andato in frantumi. Sono un disastro, fragile, delicato e single. Non che sia un problema la singletudine, ma si è soli e non ti va nemmeno di chiedere aiuto in maniera palese. Diciamo a gesti, con boccacce lievi. Un accenno di richiesta, perché forse, in questa condizione ci sto bene. Ma fin quando sei in un posto, credi che sia l’unico al mondo. Diventi cieco e non conosci cos’altro ti aspetta oltre i tuoi stessi confini. Meglio, limiti.

È sempre domenica e una lunga giornata mi attende. Finisco di lavare i bicchieri, doccia e due passi. Vado al parco: mi piace vedere la gente felice. Genitori e figli sono un bel binomio, specie su tappeto verde illuminato dal sole. Poi, a pranzo dai miei. Dirò a mia madre che mi occorrono anche due cucchiaini da single. Così, tanto per ricordarle che le voglio bene.

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