Novelle

Il mal di testa. (d’)Istruzioni per l’uso

Tra me e la mia gatta è stato sancito un patto: io le offro i migliori croccantini sulla piazza, mentre lei s’impegna a soddisfare le mie esigenze da single. Ora, detta così, pare una bella porcheria. Non correte troppo con la fantasia, rispettiamo i ruoli: chi dovrebbe abusare della materia immaginaria (quella che non sta né in cielo né in terra), dovrei essere io. Dunque, cercate di fare i lettori se vi riesce, e non prodigatevi in futili scherzi della mente, che abbiamo già troppi problemi. Io e voi, intendo (eh che solo io!).

Partiamo dall’inizio, magari è più semplice.

 

I miei rientri a casa avevano un sapore particolare, direi solido. Come tentare di dissetarsi con un cubetto di ghiaccio incastrato nel palato.

Per la precisione, tutte le volte che spalancavo la porta d’ingresso, le mura mi salutavano: un agglomerato di calce e mattoni che mi saltava addosso, pregno delle sue tinte e delle sue ombre. Ma era complicato rispondere al saluto. A furia di abbracciare pareti, ho preso belle capocciate. Non potevo andare avanti a suon di bernoccoli, così decisi che era giunto il momento di dare sostanza a questo affetto represso.

 

Il cane.

Sacra creatura. Ma se avesse imparato a pisciare nei luoghi adatti, probabilmente avrei avuto vita più facile. Inutili furono i tentativi, i libri in materia, le sedute dal terapeuta comportamentale. Risultato? A furia di girovagare con un collare e un cane che annusava muretti, (senza farla), mi sono sbloccato: ho imparato ad urinare nei luoghi pubblici. Andare in toilette all’Autogrill era per me tabù. Grazie al mio cane, ero un uomo libero di pisciare in ogni dove. Senza troppo tergiversare, l’addio tra me e quella bestia (che ricordo ancora con affetto), fu imposto dall’esorbitante figura … di/che feci. Sul pianerottolo della signora al primo piano, cadde una pioggia di merda. Scusate la rudezza del linguaggio, ma se ne fossi stato capace, mi sarei infilato   nel sedere del cane stesso, per la vergogna che provai, perché il vero ‘stronzo’ fui io, nel pensare che magari una lettiera avrebbe agevolato le manovre del caso.

Niente cane, dunque.

 

Trascorsero altri giorni a simpatizzare con le pareti, ma quelle parevano offendersi. Niente abbracci e niente cordialità.

 

Il gatto.

Dopo l’esperienza canina, non ero propenso a vivere con animali. Forse non ero capace. O forse m’era capitata l’unica bestia più complessata del padrone. Per la serie, gli opposti si attraggono (ma dove?!).

Qualcuno mi presentò un’amica.

E la portò dritta a casa. Io ovviamente, non feci caso al fatto che fosse cosparsa di un manto nero lucido, baffi quanto bastava e degli artigli così minuti che non era importante che li vedessi, perché t’avevano già rigato le braccia da strisce di sangue.

«Questa è Bea!».

«E questa è casa mia, se permetti!» risposi. Ma non era pretesa la mia, solo un piccolo appunto per accertarmi che non avesse sbagliato indirizzo. Il batuffolo nero, infatti, già perlustrava l’appartamento.

 

Da quel giorno, sono passate stagioni che hanno coperto un intero anno, quasi. Ho atteso il momento giusto.

C’era un discorso che mi sentivo in dovere di farle.

«Dolce creatura, sei la benvenuta e la padrona. Non importa cosa riuscirai a non distruggere, perché tutto s’aggiusta poi, o al massimo si finisce di rompere insieme; non importa se ormai ho smesso la rabbia per le tue passeggiate nel lavabo o le tue scalate sulle finestre: ho capito che sei una tipa tosta, a tutto tondo. E che  importa in fondo, se giro con ventose per casa, perché ho svitato ogni pomello e maniglia: sei caparbia quando vuoi e anche bastarda, dopo essere riuscita a bucarmi con i tuoi affilati artigli, ogni singolo preservativo imboscato. Tutte le volte che ti guardo, sembra che i tuoi occhi ripetano il solito ritornello: “Eh tu, lo sai fare?!”. No, che non lo so fare, Bea. E non ci voglio nemmeno provare. Per me, un mobile è un mobile, cioè non si muove: perché tentare di renderlo un parco giochi?!

Ma quando scrivo, vieni vicina. E questo mi piace. Anche ora, per esempio. Anche adesso che mi sto trastullando con i tasti minuti del mio net-book, cerchi di essermi vicina, forse troppo. Tu non sai scrivere, piccola: è inutile che insisti a pigiare sulla tastiera!

Da quando sei con come, però, c’è di bello che miagoli. Non capocciate contro il muro, sento. Il tuo saluto. Il tentare di non calpestarti perché continui a danzarmi intorno, strusciandomi.

E non ho più mal di testa.

Ho smesso di salutare pareti e medicarmi bernoccoli. Sei un sollievo.

E sei anche il ‘buongiorno’ e la ‘buonanotte’.

Sei un balzo e una smorfia. Una carezza da condividere. Sei il posto dove affondare le dita e sentir coccole. Sei anche un sorriso sulle labbra di questi miei lettori.

Ed ora, gentilmente, potresti piantarla di leccarmi la faccia? Mi oscuri il monitor! Vorrei terminare questo artic ….. …. …. … jpfjasfjmalòsjdasknjkssnfisdnfinfndxkvnsdkgnsgù°nksngdSFMsdfsdlmgsdgm_____________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________STOP.

 

 

 

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