Novelle

Marie la z’zzo’s (Da un’idea di Barbara Villa, co-autrice).

“Marie la z’zzo’s, Marie la z’zzo’s!”.

“Lav’t!”.

Questo gli gridavano i ragazzini affacciati sulle balaustre, lanciando secchi pieni di acqua.

 Maria era donna grassa e trasandata, sulla sessantina e girava tra i vicoli di Molfetta, sempre con la testa all’ingiù, alla ricerca di qualcosa. Le sue mani, corpose e sporche, entravano sicure nei cassonetti seminati per le vie della cittadina pugliese.

Era donna dura e ad ogni offesa rispondeva con insulti. Urlava di tutto contro quei ragazzini che si prendevano gioco di lei. Frasi volgari e violente, ma nessuno sapeva, in fondo, la verità. Nessuno conosceva il passato di quella donna, colei che nemmeno la sua ombra, era in grado di tenerla a bada. Solitaria, arrabbiata col mondo e con se stessa.

S’era punita per un peccato che non conosce vere colpe, nonostante le avessero fatto credere il contrario: la vita, ti prende a schiaffi con la verità, prima o poi, e tutto ciò, Maria, dovette impararlo senza piangere troppo. Quella che inizialmente sembrava stravaganza, divenne malattia.

 Quando Maria prestava orecchio agli insulti, tuttavia, sorrideva. Non era sporca, né una poco di buono. Maria era molto più di tutto questo. Rispondeva a tono solo per provocar timore, non per difendersi. Chi la ricordava fanciulla, aveva un’immagine sbiadita, tanto che la si vedeva poco in giro: le strade di Molfetta non erano mai un’ottima scusa per giocare. Specie se c’era Lucia, la figlia della commara Chiarina. Era la sua madrina di battesimo, Chiarina, donna autoritaria e pettegola. Nel borgo antico non c’era pietra, che non la temesse, tanto che la si sentiva sbraitare ad ogni ora del giorno. Quando poi, veniva l’estate, tirava con prepotenza una sedia dalla cucina e la piantava fuori alla porta. Le altre commari sarebbero sbucate di lì a poco, mentre non troppo lontano, a ridosso del porto, gabbiani già fuggivano via, urtati dalla sua ingombrante presenza.

 Maria la ricordava con disprezzo. Chiarina le aveva insegnato a ricamare, metter su l’acqua per cucinare, quasi che la presenza della madre in casa, fosse un semplice arredo. La signora Giovanna, come la chiamavano, era vedova da anni, da quando sua figlia era poco più che fanciulla. Del padre, la piccola Maria, conservava solo foto: quelle che sua madre aveva voluto metter in mostra. Marinaio, lupo di mare. In pratica, uomo assente in casa sua. Forse troppo presente in case vicine. Viveva di reputazione. Fin quando il mare non se lo ingoiò, senza digerire. Sparito nel nulla.

 Maria era cresciuta in fretta. Le altre ragazzine pensavano a truccarsi, ai maschietti, lei a stare vicino a sua madre, a coccolarla. A prepararle da mangiare.

La signora Giovanna aveva sofferto, il più delle volte in silenzio. In silenzio subiva le umiliazioni di Chiarina e delle altre commari; in silenzio si leccava ferite cosi profonde da non smettere un attimo di sanguinare.

Sperava che il silenzio avrebbe portato via tutto quel dolore e soprattutto, desiderava che sua figlia non dovesse sopportare tutto ciò  che aveva dovuto patire  lei. Non voleva che Maria respirasse tutto quello schifo. Lei non lo meritava. Non aveva colpe se il padre era a dispensar carezze ed effusioni in altre case. Che’ tanto, quelle non le mancavano. Maria non aveva colpe se lei, sua madre, non era stata capace a tenersi il marito e non era colpa sua se le altre donne non erano vere donne, ma femmine affamate di sesso e di invidia. Si, volevano avere tutto ciò che quella famiglia umile possedeva inizialmente: amore, complicità, affetto, stima. Fino al giorno in cui quella donna arrivata dalla grande città, congelò in una bolla di nulla, quel piccolo paradiso. E da li iniziò la fine. Una famiglia dispersa. Una donna umiliata. Una figlia che riusciva a pronunciare solo la parola ‘mamma’.

Il dolore, inevitabilmente divenne eredità trasmessa, un patrimonio di famiglia.

 Quando ci ripensava, Maria, fantasticava che non fosse mai accaduto. Tra gli odori di un cassonetto e degli stracci incollati addosso, annusava le vite di chi tutta questa storia, non l’aveva mai conosciuta. Subiva ancora il fascino di chi ricompone un letto sgualcito, della spesa da sistemare in frigo e dei figli da accompagnare a scuola. Il suo, più che desiderio, era senso di protezione: mai più una bambina avrebbe dovuto subire tante mancanze, tanti spazi vuoti. Tante fotografie da guardare. Perché se c’era una colpa, quella era certamente da attribuire alla sorte. Vedeva sua madre sospirare col capo chino, in qualsiasi momento della giornata, che fosse festa o giorno comune: la piccola Maria era certa che in qualche angolo della casa, fosse stipato quel sorriso. Forse in qualche cassetto. Forse tra i rifiuti, perché ogni occasione, non era altro che il pretesto per tenerlo lontano.

La presenza di Chiarina in casa, era come buttare uno sguardo un po’ più in là, oltre quelle forme disomogenee, oltre la sua ombra: sapere che con lei, c’era Lucia, le illuminava i sensi, li metteva in moto. La dolcezza, i suoi modi, le attenzioni, allontanavano i cattivi pensieri, li rendevano inconsistenti. La vera sostanza, era Lucia: una presenza che filtrava aria cattiva e donava ossigeno puro a polmoni che odiavano persino il profumo del mare. La timidezza e i giochi tra loro, divennero complicità: Lucia aveva l’olfatto fine e il tatto delicato. Sapeva come accarezzare Maria, perché aveva annusato il suo dolore. L’aveva assaggiato.

Lacrime e labbra. Maria e Lucia.

Nella stanza in soffitta, si nascondeva quel che era peccato. Carezze e sguardi.

Al piano di sotto, Giovanna e Chiarina. Due madri, due globi opposti.

 

«Ciò che si immagina, non è realtà» pensava Giovanna.

«Ciò che la gente dice, non lo dice tanto per dire. Perché sa!» urlava Chiarina.

Tra il silenzio e sguaitezza, imperava il dictat della gente: “C’ so’  z’zzo’s’! Femmen’ e femmen’!”.

La vergogna e la libido se la contendevano sulla bocca delle commari. Non c’era rione, piazza o sagrato del paese, che non sputasse sentenze. E la domenica in chiesa, gli ultimi banchi erano riservati per loro: Giovanna e Maria, Chiarina e Lucia.

 Solo un cane, con le orecchie ben tese, riuscì a sentire ciò che la gente non sapeva. Quella colpa che s’era piantata nel profondo come ancora: difficile allontanarsi e dimenticare. Non un ricordo, ma il luogo dove essere prigionieri.

«Sporca. Ho sentito l’odore di quel che facevo. E non era buono. Ma piaceva. Mi piaceva perché non c’era rimedio. Mi hanno fatto sentire sudicia. È vero. Ho sguazzato in quel peccato con Lucia, ma lei capiva. Mi voleva bene. Non come quello delle fotografie. Solo una stampa, ecco che cos’era: una stampa e una bella cornice. E ho voluto sporcarmi per non essere sporcata da un altro. Da nessun altro più. Come hanno sporcato di vergogna mia madre. Sono quel che volete: Marie la z’zzo’s, perché almeno così nessuno mi toccherà. Nessuno mi farà male. Sono quel dite. Sono quel che voglio. Una lurida sporcacciona senza vergogna».

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