Novelle

Abiti e occhiali [Il precario]

(fonte Internet, Google Immagini, Precario)

«Buongiorno prof!».
Simone, il mausoleo pluribocciato della 4B, è tra i pochi che continua a chiamarmi con un appellativo. In questi corridoi è come un lasciapassare: sei qualcuno.
Forse, meglio, qualcosa a cui valga la pena dar peso.
«Antonio, ti spiace riferire a quello scansafatiche di Romeo, che quest’aula e’ una schifezza?! Persino i ragazzi hanno avuto da ridire».
Corridoio, scale, scale, corridoio.
«Romeo … Ascolta la Gagliardi, dice che …».
«’Fanculo!».
«Appunto. Riferisco».
Corridoio, scale, scale, corridoio.
«Professoressa Gagliardi … Romeo, dice che arriva subito».
Nell’aula dei professori, inciampo in quel che si direbbe un trolley. Un rumore acuto di ampolle si solleva dall’interno. Un lamento stridente. Forse ho fatto un casino. il piccolo chimico (quel tappetto di Silvestre, classe ’57), continua a portarsi dietro vetrini e tavole di Mendeleev, di tutte le epoche e in tutte le lingue. Patrimonio di famiglia? Sarà. Certo è che il suo trolley pare una reliquia. Quasi quasi mi inginocchio. Me lo vedo Silvestre tutte le sere, a spolverare provette, pipette e bacchette. Tutte queste ‘ette’ sanno di occhialetti e calvizie precoce. E tanto di gobba per il capo versato in questi recipienti. Silvestre infatti, è esattamente questo.
«Ti spiace stare attento la prossima volta!?».
Tu.
«Certo, mi scusi».
Lei.
«Mi scusi un paio di palle, coglione!» – borbotta.
Lei. Ma subito, tu (per non perdere l’allenamento).

E qui, dico basta.
Lancio uno sguardo al cielo e ringrazio di esser precario. Un supplemento di merda. Diciamo in aggiunta, un semplice supplente. Sono tipo da l’affitto perché in banca non ci posso nemmeno entrare. Non ce l’ho un conto corrente. Ha un suo prezzo mantenere un file in banca, scherziamo. E poi, tutto ciò che è precario, costa il doppio. Come tenere un salvadanaio e pagare una tassa per mantenerlo. Risparmi per spendere. Il precario vive di carte ricaricabili, di quelle senza obblighi, senza spese, senza strette di mano e “buongiorno direttore!”. Quelle carte che ti fanno sentir leggero e inconcludente. Un fantasma in attesa di materia, dove per materia, intendo proprio un corpo: il precario non è nessuno.
Adesso dico basta perché ho lo stomaco gonfio di saliva, a furia di ingoiare secchiate di palato impiastricciato. La mia non e’ fame. E’ isteria da profumo: annusare tanta sostanza e sentirla incollarsi addosso, mi da’ nausea.
Sbotto e prendo a calci il trolley.
«Sono d’accordo con Romeo. ‘Fanculo!».
Silvestre si lancia contro con un pugno ben teso. Lo schivo.
Un calcio lo riserbo anche per lui. Una gamba inclinata mi dimostra di aver fatto centro.
Silvestre si lamenta.
«La gamba … aiuto! Mi fa male … santo iddio, che dolore!».
Soddisfatto ed ebbro della mia follia, lo tiro su come un sacco d’immondizia.
«Mi scusi un paio di palle?! Come ci si sente ad essere a terra, Silvestre? Com’è il panorama da lì sotto?! La gamba ti duole?! Beh, a me duole ogni singolo pezzo d’ossa e carne. Non ho precario solo un arto. Sono un agglomerato di precarietà. Perché la precarietà non si ferma. Ti mangia l’anima. Ve la mangiate ogni santo giorno, ad ogni sguardo, ad ogni saluto schifato che m’incollate addosso. Se esser precari, non vale nemmeno una scusa di merda, dimmi Silvestre, a cosa vale un precario?».

Adesso mi sveglio.
Un pezzo di me si trascina con affanno: ho la gamba addormentata e indolenzita. Dormire su un divano, è una bella alternativa. Ma solo per il pavimento: anche esso ha una dignità e vuole essere solo calpestato.
Nemmeno di notte recupero sostanza: un fantasma che sogna sogni precari.
Ripercussioni del sistema che ci fa indossare abiti e occhiali. Abiti per mostrare. Occhiali per distinguere il precario e non.

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