Novelle

La fermata obbligatoria

Fermata obbligatoria

(fonte http://www.fotocommunity.it/pc/pc/display/26147338)

La fermata dell’autobus, ormai, era divenuta una bolgia di predicatori. Tutti a borbottare e a ticchettare sul quadrante dell’orologio.
«Partiamo a no!? C’è gente che lavora!».
«Non c’è rispetto: dovrebbero toglierti la licenza!».
“Per trasportare imbecilli, ci vuole un patentino, in effetti”, fu il pensiero che scivolò sotto il berretto del conducente.
Sante, che guidava il ‘nove’ negli ultimi due mesi, sfogliava svogliato un giornale. Forse nemmeno fresco di notizie. Una smorfia di biasimo gli sfiorò la fronte mentre, sbirciando nello specchio sopra la sua testa, vedeva il malcontento salire minuto dopo minuto.
«Coraggio!» disse fra sé.
Scostò il polsino e apparvero le sue lancette. Le uniche che avessero peso in quell’autobus: le altre, erano solo tempo morto, tempo inutile.
«Mi spiega cosa diavolo stiamo aspettando?!».
L’uomo svogliato piegò il giornale scocciato. Con l’indice puntato dritto, indicò l’adesivo in alto.
“È VIETATO PARLARE AL CONDUCENTE”.
«È inutile insistere. Se non arriva il vecchio, non si parte!».
La signora della seconda fila, aveva il suo posto come tutte le mattine. Almeno negli ultimi due mesi. Il buon conducente svogliato, glielo riservava piantandoci sopra la sua borsa di pelle.
«Che vecchio?!» chiese l’uomo davanti a tutti.
«Un anziano che tutte le mattine, prende quest’autobus e scende al Policlinico».
«Andiamo bene! E se stamattina non s’è alzato?! Se è morto nel sonno, che facciamo la veglia in suo onore?!».
«Dove deve scendere, signore?» chiese Sante, col viso contratto.
«Al Policlinico anch’io, perché?!».
«Perfetto. Tra qualche istante parto».
«Eh sia lodato l’altissimo!!!» imprecò a braccia aperte il signore.
Nello specchio in alto, apparve la sagoma curva di un rattrappito. Si piegava per via del peso di un’enorme busta che trasportava a spalla. Si assicurò che il giovanotto nell’ultima fila gli cedesse il posto e accese il motore.
Col viso disteso, sorrideva di gusto. Di tanto in tanto, si accertava che quel vecchio rattrappito nell’ultima non s’addormentasse. Viaggiava sempre con quella busta incollata alla spalla e forse, vista l’età, doveva trovare accomodante il viaggio in autobus tanto da abbandonarsi ad un riposo leggero.
Arrivò il turno del Policlinico.
Il vecchio rattrappito era già sulle scale. Aperte le porte, volò di corsa.
Chiuse le porte, il signore della prima fila, se le vide suonare sul naso.
L’autobus partì.
«Ehi, ma dico! Devo scendere … autista, si fermi! Devo scendere!!!».
Il viso incollato alle porte e gli occhi che stranamente s’incollarono sul vecchio che andava e svaniva nel traffico. Guardò il conducente basito.
Il solito dito indicò il solito adesivo in alto.
“È VIETATO PARLARE AL CONDUCENTE”.
Fermata dopo fermata, l’autobus, si svuotò. E si riempì ancora. Sino al capolinea.
Il signore della prima fila, non era sceso.

«Venga, le offro un caffè» – disse Sante il conducente.
Pareva lo sapesse.
Il percorso, il viaggio. Un iter che aveva rispolverato memoria.
«Credo di conoscerla» – disse il signore della prima fila.
«Certo che mi conosce, dottor Nitti!».
Sedettero a un tavolino e ordinarono due caffè.
«L’ho vista in reparto, vero?!».
«Ho vissuto in quel reparto per cinque mesi. Sino a due mesi fa».
«Ho riconosciuto anche il vecchio. È suo padre, vero?» – continuò il dottor Nitti.
«Non fa altro da due mesi. Ritorna nel reparto, saluta le infermiere, porta caffè e cornetti per tutti. Solo alla malattia e alla morte non s’è rassegnato».
«È stata una brutta agonia per sua madre. Sapevamo tutti che non ce l’avrebbe fatta, mi spiace».
«Certo che lo sapevamo. Ma ricevere sorrisi e parole di conforto, vale qualche minuto in più di vita. Mio padre non si rassegna: vuole sentirla vivere nei ricordi di chi le è stata vicina per tutti quel tempo. Anche di notte, quando lui non c’era. Sgrana gli occhi come un bambino per ogni aneddoto nuovo che inventano, pur di tenerlo in vita. Anche mio padre ha il tempo contato, per questo lo aspetto tutte le mattine. Per questo ho scelto il ‘nove’. Per poter ricordare tanti viaggi insieme, tante attese e tanti ritardi. Sono fermate dalle quali tutti, prima o poi, devono passare».

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