Novelle

Stes(s)i pensieri

Dovrei far qualcosa. Dovrei spingere queste membra a reagire e scrollarmi di dosso una perturbazione che continua a bagnare le impressioni. Vedo solo ostacoli. Una catena di gingilli che non fanno altro che confondermi. Quanto è dura mettersi in moto. E quanto è dura beccare la chiave giusta in una sacca profonda: succede sempre che salta fuori quella che non ti serve.
Ieri sera, per esempio, ho vissuto attimi di terrore.
Non è bastata un’ambulanza a salvarmi. Ce ne sono volute due. Sentivo le sirene rincorrersi per le vie strette e affollate: frenate brusche, suoni di clacson impetuosi, maledizioni estreme verso i passanti che continuavano a fottersene dell’urgenza. La salvezza è messa in questioni di tempo: chi tardi arriva, male alloggia. O al massimo, resta in piedi. Per tutto il resto, basta una raccomandazione.
Sonnecchiavo nel dolore e come indossassi un paio d’occhiali liquidi, la vista navigava in un mare di confusione: figure mobili e sfuocate, allungate come in un enorme bicchiere d’acqua. Visioni. Ero in piazza, o forse nel giardino di casa, non ricordo. Di certo era un luogo scomodo: dentro e fuori non sto mai bene, ultimamente. Un cane s’avvicina e scodinzola. Un altro lo segue e s’avventa. Le fauci spalancate, i denti belli in mostra e un profondo ringhio cupo. Ora non scodinzola più: si beccano, si lanciano all’attacco e io nel mezzo. Due cani in casa mia/in piazza che s’ammazzano. Piango perché non c’è rimedio, non c’è nulla che possa fare. Solo scappare prima che la furia degeneri e investa anche me.
Non riesco a completare il pensiero e già sono travolto: due lupi sono ora e s’incollano alle mani. In breve, le sbranano, ma non sento dolore, ne vedo solo il colore rosso prugna. Penso che dovrei far qualcosa ma il tempo è breve: la salvezza è messa in questioni di termini: chi tardi arriva, non resta nemmeno in piedi più. Svanisce con pezzi di carne.
Due ambulanze: una per me, una per i due bastardi.
Mete opposte. Ma la sanità guida sempre nella stessa direzione.
L’ultimo ricordo è me supino in un mare di dolore che avrei dovuto avvertire, ma lo annusavo solo attraverso gli sguardi dei miei soccorritori.
Adesso che tutto è calmo, penso alla salvezza e allo scampato pericolo.
Penso di pensare seriamente a una visita specialistica.
Non riesco a muovermi.

Dovrei far qualcosa. Dovrei spingere queste membra a reagire e scrollarmi di dosso una perturbazione che continua a bagnare le impressioni. Vedo solo ostacoli. Una catena di gingilli che non fanno altro che confondermi.
Ma questo, forse l’ho detto.

È dormire ora il mio problema. Sognare. O evitare incubi: impressioni capovolte e raddrizzate nell’arco di una notte. Come questa appena passata. Perché in piazza o nel giardino di casa non sto mai bene.
Dormire con una gamba piegata produce incubi. Anche formicolii e immobilità.
Meno male che è domenica e posso recuperare tempo.
La salvezza è messa in questione di tempo e di pensieri.
Anche di incubi.

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