Novelle

Metti una sera d’estate a Bari

Metti una sera d’estate a Bari.
Passi da un “pane e merda” sul lungomare e scegli il tuo panino.
«Wustèl, checiàp e maionese. Comblet’».
Significa che il tuo hot dog, è un collasso ipercalorico.
Pane e merda, appunto. Da queste parti si dice così.
Prendi la Peroni. Ghiacciata. Sudata, per l’esattezza. E non vai via, se non commerci in crauti.
«Abbondànt, me raccomanne!».
«Acchessì?!».
«Oh, e ci jè la man’ a legger’ tiin’ staser’?! Ammìne!».
Paghi e fai qualche passo. Un morso e quella piastra che ha arrostito i tuoi ‘wustèl’, pare che respiri ancora: borbotta qualcosa attraverso il ‘salsicciotto’.
Ti allontani guardandoti intorno con aria schietta: una coda di affamati ormai è già all’arrembaggio. Ma tu sei fuori.
«Uagliò!».
Qualcuno ti chiama. Non ha pronunciato il tuo nome, ma sai che è per te. Le vibrazioni ti giungono addosso, ti scuotono. A Bari, puoi dire “Uagliò” a chiunque, ma devi saperlo fare. Nessun fraintendimento, altrimenti son guai. Basta accortezza e una buona dose di forza nel collo: schioccare poche lettere e l’accento giusto, garantisce il bersaglio.
«Uagliò!».
Ti volti con un boccone ancora sospeso.
«Mhumhhhhh!» dici. Tradotto sarebbe “Ci jè?!”.
Il ristoratore ambulante, ti guarda serio. Non hai combinato nulla, ma il suo sguardo trafigge.
«Com’jè u’ panin’?!».
Le certezze a Bari sono essenziali. E sono cortesia. Così come accettare ospitalità: devi farlo e basta.
«La fin’ du’ munne!» rispondi ingoiando. Accompagni il complimento con una danza della mano, a tutto tondo. Ma attento. La Peroni che stringi è bagnata. Non farla volare.
Una Peroni schiantata al suolo, a Bari, è omicidio.
«Ci jè, non si’ de Bare?!».
Tant’è che a Bari, vedi cose insolite.
Una comitiva di amici. Con T-shirt smanicate. Gli uomini passeggiano davanti col carrozzino. Belle famiglie! Le donne seguono. Argomenti a tema, secondo i sessi. L’uomo sbraita e parla di calcio o della cronaca locale. Le donne parlano di donne. Del matrimonio della dirimpettaia o dell’ultima teglia di pasta al forno. Seguono i bambini. Meglio sarebbe dire, saette. Corrono per tutto il lungomare, rincorrendosi, urtando i passanti e calpestando feci di cane. Poi passano le suole sugli spigoli dei marciapiedi.
Fai un passo indietro: uomini con carrozzini, donne e bambini.
Giusto il tempo di chiederti a cosa servano carrozzini per bambini che riescono a correre con le loro gambe, e scopri l’arcano.
Cartoni di Peroni. I carrozzini, a Bari, servono per le Peroni.
Mica scherzi!
Tanti carrozzini, tanti cartoni. E capisci perché a Bari, far cadere una Peroni per terra, è reato.
Finalmente ti allontani dalla ‘rulòtte’ e ti accomodi nel luogo di ritrovo più vicino. Romantico. Tale “Ciringhito”. Se non ci sei stato, devi passarci.
Non starò a sprecar parole per descriverlo. Ma tutti i baresi, almeno una volta, ci sono stati. L’hanno lambito col sedere. Eh sì, perché per star comodo, devi sederti. Per terra ovviamente, tra le spume del mare che emano ‘sprofumi’ di alghe.

Finito il panino, ci vuole una passeggiata. Dipende dal romanticismo che ti prende, perché hai due possibilità: o il lungomare, o il borgo antico. Ma qui, se scegli il borgo antico, ci vorrebbe una vera guida che ti accompagni. Bari Vecchia devi studiarla per capirla. O ci devi esser nato. Non tanto per l’architettura o le improvvise stradine che s’aprono davanti agli occhi. Quanto per i personaggi che la popolano. Pare una fiaba. E per questa fiaba, ci vuole un cantastorie ad hoc.

Metti una sera d’estate a Bari. E non dirmi che tu, barese o provinciale, non ci sei stato. Non dirmi che non l’hai fatto. Perché di questo romanticismo spicciolo, un barese, ha bisogno. Anche solo per una sera. Perché devi respirare la città, il ‘profumo’ del mare e il sapore della lingua. Il dialetto barese, ha un gusto speciale. Lo schivi, lo boicotti, ma quando l’ascolti, ti rapisce.
«Ci jè, non si’ de Bare!?».
«Com’jè!!! E vogghije!».
Quindi niente bugie. Bari ti rapisce e basta. Così come rapiscono i luoghi e le luci che brillano sulla tavola blu che ondeggia oltre i lampioni.
Rientri a casa e ti senti ebbro. Cittadino. Hai digerito un pezzo di storia, un legame che non può scindere sangue e città. È la tua città.
Ti addormenti, sorridendo.
Hai anche digerito il panino. Hai profuso il sapore di Peroni.
Sei felice.
E quando pensi ai tuoi guai, sbotti.
«Ma vaffambaccije o’ nas’!».
Eh camin’ vattin’, non dirmi che non l’hai fatto!

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