Novelle

Cesira e le cuffie per imbiancare

Gualtiero l’operaio, indossava le cuffie: masticava dadi e trapano a percussione. Per contratto, quest’accessorio era obbligatorio. Se ne stava tutto il giorno ad arrotare, scalfite, infilate, trapanare. E quanto più assemblava pezzi, tanto più riempiva la fame. Tanto produceva e altrettanto se ne stava per conto suo, così che ogni parola, ogni gesto, ogni richiamo, rimbalzava sordo sulla tuta blu-arancio.
Solo il suo orologio singhiozzava pause e Gualtiero, di tanto in tanto, ascoltava con gli occhi il ticchettio del-le lancette: era una corrispondenza di suoni e luci, perché ciò che vedeva si rifletteva in scansione ritmica.

Di ritorno a casa, Gualtiero, combatteva in tangenziale. Ma era una battaglia in versione demo.
Là dove minuti che diventavano interminabili attese, Gualtiero canticchiava. Gli occhi puntati davanti e le mani strette sul volante. Ascoltava musica, quella dei suoi tempi, quella che nessuna radio trasmette con tanta frequenza.
Vi era un incrocio disumano allo sbocco della sua uscita, ed ogni volta si scatenava la lotta. Sordo e ammu-tinato, scorreva lentamente, bruciando la frizione sotto l’irruenza della pazienza. Ma non perdeva il controllo.
Era il momento della giornata che più lo gratificava: l’attesa e la contesa.
Inguaribili automobilisti arroganti, s’infilavano negli spazi che Gualtiero lasciava apposta: cercava l’appiglio per il puntiglio. Nonostante in vantaggio nella corsia, distanziava l’auto davanti, tanto quanto bastava per far credere al furbo di turno, che avrebbe potuto approfittarne. E spesso lasciava fare, nonostante le auto incolonnate dietro lui, sbraitassero a suon di clacson.
Comunicare con Gualtiero non era semplice: lasciava correr tutto. Non c’era scusa o male azione che scatenasse la sua rabbia. Qualche collega giunse alla conclusione che questa, la collera, gli fosse stata tirata via dalle vene, al momento della nascita.
Gualtiero era sordo ai reclami, alle accuse, alle provocazioni.
Lasciava correre.
Sino al giorno in cui, non incontrò Cesira: forma ancestrale dell’isteria.
Un falso contatto: il clacson della sua auto, partiva in assoli senza senso.
Così che fu costretto ad indossare altre cuffie.
Passarono mesi senza ascoltare trapani e lamenti: i suoi occhi udivano solo il ticchettio dell’orologio.

Sino al giorno in cui un’auto non gli si incollò addosso.
Cesira smise di suonare.
«Finalmente!» gioirono gli abitanti della tangenziale che per mesi subivano le torture del clacosn Cesira.
«Ma dove hai la testa!» urlò il conducente fuori di senno.
Gualtiero giaceva chino sul sedile. Lui e le sue cuffie.
Quando la stradale giunse a casa di Gualtiero per comunicare ai familiari il triste annuncio, restarono di stucco. Uno spettacolo senza precedenti, gli si parò dinanzi agli occhi.
Un appartamento vuoto, con le pareti bianche. Tutt’intorno, bidoni sigillati di vernice.
Una vicina chiese permesso ed entrò.
«Cercate Gualtiero?».
«Signora, lo conosce?».
«… ditemi solo se ce la farà …».
«Purtroppo, signora …» singhiozzarono a stento i due agenti.
«Non me ne meraviglio affatto. Continuavo a ripetergli che doveva guardarsi intorno, stare attento. Ma lui dipingeva. Anzi, imbrattava pareti con la rabbia e la soffocava con la musica e le pennellate. Non faceva altro, tutto il giorno».
I due in divisa, cedettero alla tentazione di crederla una pazza.
«Può spiegarsi meglio, signora?».
«Gualtiero disegnava la sua ira, la sua collera, l’odio sulle pareti di casa. Con pennarelli neri. Ne consumava a iosa. Lo sentivo urlare e imprecare. Giusto il tempo necessario a che piangesse. Poi accendeva la sua musica, quella della sua infanzia, quella che ascoltavano i suoi genitori e dipingeva. Il bianco lo tranquillizzava.
Urlava il mio nome per rabbia. Ho fatto del male anch’io a Gualtiero. Lo sgridavo per le marachelle, quand’era ancora un bambino. E lui mi ha odiato fin da subito. Una volta mentre fuggiva davanti alla mia scopa, per l’ennesima birichinata, è inciampato ed ha urtato la testa. Un piccolo trauma che l’ha menomato per sempre. Se Gualtiero era quel che era, è stata solo colpa mia. Tuttavia ha moderato questa follia, in arte. Ogni lamento, ogni sopruso era il campanello d’allarme che lo mandava ai matti. Un dottore gli consigliò la cura giusta. Sordo alle proteste, ma sordo a tutto. Lui e quelle dannate cuffie».
Gli agenti stilarono una breve relazione e congedarono la vecchietta.
«Ah, un’ultima cosa, signora … le sue generalità …» chiesero prima di andare.
«Cesira. Cesira e basta, scriva questo».

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