Novelle

Il signore delle ante

“Più cammino e più mi sento sporco.

Sarà che la gente continua a ripetere, a voce alta, che è sotto la doccia.

Poi piango e inizia a piovere. Tutto si lava.”

 

Simone non faceva altro che riparare armadi. Non era un falegname.

Semplicemente, uno specialista di ante.

Ne avrà maneggiati, riparati, riportati in vita a migliaia: quando c’erano guardaroba da spalancare e metter su, la gente chiamava Simone. La borsa a tracolla, una macchina fotografica e un cacciavite di precisione. Di quelli minuscoli.

Quando un cliente chiamava, Simone canticchiava.

Accostandosi al malato, Simone, lo sfiorava col palmo: durezza e fattura erano componenti essenziali da valutare.

«Si può far qualcosa, Simone?!».

«Vediamo se riusciamo a metterlo in piedi» ripeteva.

Intanto, chiusa la porta alle sue spalle, si isolava.

Non amava esser guardato e tutto sommato, la sorpresa del risultato, valeva l’attesa.

«Non ci posso credere! Sembra nuovo!».

«Non è mai invecchiato. Ha solo respirato male».

Andava via, spalancando finestre.

«Un po’ d’aria nuova, non gli farà male».

Per le strade continuava a canticchiare.

E poi tornava al banco di Adry.

«Latte fresco?» chiedeva l’amica.

«Un buon bicchiere di latte, profumato. Come al solito» annuiva Simone.

Ogni giorno, sorseggiando l’elisir d’infanzia, Simone confessava i suoi peccati. Un passaggio obbligatorio prima di infilarsi a letto.

Poi, mostrava le foto e  il suo lavoro.

«Vedi questa, per esempio. Ha pomelli rotti. Ma non sono consumati. Incuria».

Adry serviva i clienti e lanciava occhiate alle foto.

«E quella?! Di malattia soffriva?».

«Ripiani scadenti. La gente pensa di poter nascondere il superfluo dietro ante. E si lamenta dei pomelli. Capisci?!».

«Non proprio. Come non capisco il motivo delle tue foto: che senso ha collezionare immagini di armadi scassati?!».

«Non c’è luogo dove seppellire lo sporco, le macchie, la sciatteria e l’insolvenza: ogni accessorio o abito, si veste addosso al momento giusto. Quando ingrassiamo, ci maltrattiamo, lasciamo correre e trascuriamo una parte di noi, la prima mossa è nascondere. Ci sono stanze che son case di rovine. Sepolcri di peccati. Per me il latte è purificazione. Tu, la spugna che assorbe e redime. È una convenzione, lo so, ma devo confidare le mie colpe a qualcuno!».

«Sono curiosa di vedere il tuo armadio!».

«Non ne ho. Adoro le mensole. Pareti di mensole colorate».

«Beh, signore delle ante, ti senti pulito per stasera?».

«Vesto la mia pelle, amica. E non peso di sporco. Grazie per avermi lavato col tuo latte. E ascoltato».

Sollevatosi, andò via come tutte le sere.

 

E come tutte le sere, canticchiava.

“Più cammino e più mi sento sporco.

Sarà che la gente continua a ripetere, a voce alta, che è sotto la doccia.

Poi piango e inizia a piovere. Tutto si lava.”

 

 

 

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