Novelle

Il signore del ‘Conio’

Il signore del ‘Conio’, passeggiava con la testa inclinata: gli smottamenti del terreno non erano vibrazioni, ma sillabazioni dello stato d’animo. Andava peregrinando e persuadendo se stesso, che non tutto poteva avere un prezzo. Poi entrando in polleria, ne ebbe la conferma.
Ancora una volta.
«Un petto di pollo, per favore. Trecento grammi».
La maestria del professore dietro il banco, il macellaio, fece un po’ rabbrividire il signore del ‘Conio’.
Ossicine tranciate con suoni sordi della lama cieca, ma non sorda ai comandamenti della mano secca che trafiggeva le carni: uno spettacolo impietoso al punto che voltò lo sguardo altrove.
Appoggiò gli occhi su un cartello: polli nostrani. Per esibire tale dicitura, dovevano valere, pensò il signore del ‘Conio’.
«È un pollo nostrano quello?» chiese.
La mannaia vibrò l’ultimo colpo nella zona che doveva essere del collo. Ma non c’era testa.
«Certo! Solo polli nostrani, signore!».
«E valgono tanto?».
«Sappiamo la provenienza …» rispose il macellaio.
«Quindi, può affermare di conoscere quel pollo …».
Il camice bianco macchiato di sangue, sussultò: il macellaio scoppiò a ridere.
«Beh, non proprio … ma l’allevatore è un mio amico …».
«E se è un suo amico, allora c’è da fidarsi» concluse il signore del ‘Conio’.
Pagò il dovuto e andò via. infilando le monete in cassa, il macellaio sorrise. Ma era un sorriso da furbo. Il signore del ‘Conio’ doveva essersi distratto.
Rivide quel signore il giorno seguente, e questi tornò ancora il dì appresso: sempre trecento grammi di petto di pollo.

«È nuovo di queste parti, signore?».
Il macellaio riscosse ancora la ricompensa per l’ennesimo petto di pollo nostrano.
«Sì, sono in città da poco. Lavoro al ‘Conio’».
«Ah, ecco! Deve essere un bel lavoro, il suo, signore!».
«Per nulla affatto! In posti del genere non incassi ciò che ti spetta. Mai. Ci rimetti sempre».
«In che senso? Non la pagano bene?!».
«No anzi, mi strapagano. Solo che l’oggetto coniato non ha tutto questo valore. Preferisco di solito, dare personalmente il valore alle cose».
«Ah, capisco!».
«Non ha capito, invece. Il suo petto di pollo nostrano ha un valore di tre euro. Giusto?».
«Certo …».
«Beh, non creda che sia sbadato di natura. La prima volta che sono venuto da lei, ho pagato senza ritirare il resto. Quel pollo valeva più di tre euro, per i miei gusti. Così, le ho lasciato dieci euro in monete. Insolito, vero».
«Beh, in effetti… ».
«Sono tornato nei giorni seguenti. E ho pagato più del dovuto. Sempre. Stavolta non per il valore del pollo».
«E per cosa, mi scusi?!».
«Quanti spiccioli ho lasciato? Lo ricorda?!».
«Credo un euro in più».
«Per la sua persona. Un euro per la sua persona. È questo il suo valore».
Attese qualche secondo.
«Capisco!» rispose offeso il macellaio.
Dopo di che, preso il suo petto di pollo nostrano, il signore del ‘Conio’, andò via senza pagare.

Il signore del ‘Conio’, continuò a passeggiare con la testa inclinata. Andava peregrinando e persuadendo se stesso, che non tutto poteva avere un prezzo.

La grettezza d’animo e la vacuità dell’essere, infatti, non avevano valore.

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