Novelle

I conti non tornano

L’impertinenza della calcolatrice, infestava le pareti di un fastidioso ticchettio. Nonostante tutto però, il ragionier Trespolo, insisteva in quella battaglia di tasti, quasi che l’arrogante sfilza di numeri che straripavano in onde di fettucce sulla sua scrivania, non fossero altro che folletti briosi giunti dal Paese delle Mille Contabilità. Gli occhialetti alla moda, un cravattino niente male, vestivano la figura gracile del ragioniere. Dispensava consigli e rimproveri alla stessa maniera: senza entusiasmo o senza insistenza. I colleghi ne lodavano le qualità, tenendo in poco conto i difetti. Ma dalle nove alle diciotto. La stima del ragionier Trespolo, si misurava in ore. Pausa pranzo compresa.

Oltre l’immenso portone ottocentesco, il ragionier Trespolo, tramutava. Un’ombra. Spente le luci, zittite le macchine e le stampanti, la gloriosa lucentezza del ragioniere, perdeva splendore, si infiacchiva di grigio, gonfiandosi di una tristezza tetra, allo stesso modo di come appaiono le cose dietro una finestra sporca. La valigia da lavoro pesava quanto le sue stesse sofferenze. Di niente. Un recipiente vuoto al punto tale, che nemmeno i ragni lo trovavano interessante. Sperava di rimpinzare il fondo in finta pelle, di scartoffie in carne e ossa. Niente. Il ragionier Trespolo liquidava conti e pratiche in meno di otto ore: non riusciva a portarsi un po’ di lavoro a casa, nemmeno nelle giornate nelle quali, la salute pareva accompagnarlo poco. Impeccabile. E ciò lo scocciava parecchio, perché per ogni negativo da sbrigare, corrispondeva un positivo già fatto. Azzerare. Non era una parola d’ordine, ma uno modus vivendi: compiere attività atte all’azzeramento.

Dinanzi al suo piatto di fagioli farcito di salsa messicana, pensò. Avrebbe dovuto trovare il rimedio. Trastullare le ore che lo separavano dal nuovo ingresso in ufficio, con faccende simili.

Così, terminato il suo piatto, decise di fare un po’ di conti. Raccolse le sue ossa e le condusse nello studio. Sedette. Oltre il perimetro della scrivania, penzolavano lettere, cartoline, fotografie. Tutte risalivano ad un paio di anni prima. Secondo i criteri, accomodò quella confusione in ordine.

Gennaio. Febbraio. Marzo. Aprile. Maggio. Giugno. Luglio.

Ma non andava bene. Ripartì quei documenti per tipologia.

Lettere: Gennaio. Febbraio. Marzo;

Cartoline: Gennaio. Febbraio. Marzo. Aprile. Maggio. Giugno. Luglio.

Fotografie: Gennaio. Febbraio.

«I conti non tornano» esclamò.

Troppe cartoline, meno lettere, poche fotografie. C’era un ammanco di carte. Estrasse ogni cassetto della scrivania; aprì ogni anta degli armadi; frugò in ogni angolo dello studio. C’era poco da fare: i conti non tornavano. E fu allora che comprese l’importanza di una valigia vuota. Aveva dedicato troppo tempo al lavoro e poco alla sua scrivania, al suo studio. Era stato distratto. Non poteva perdonarselo. Scalciò leggermente il cestino vicino ai piedi, raccolse le carte e iniziò l’azzeramento manuale. Forzato. Se non c’era logica, tanto valeva archiviare tutto, come non fosse mai successo. La penombra dello studio, tuttavia, non lo aiutava: accese il lume e riprese a cestinare le sue carte. Una ad una. Dapprima le lettere, poi le cartoline, infine le foto. In ordine di numero. L’ultima foto, passò dalle mani al cestino, volteggiando: lo ritraeva con la sorella, qualche anno prima, subito dopo la morte del padre. Se ne disfece con una certa grazia. Ed essa, si posò a testa in giù.

«Adesso, i conti tornano!».

Campeggiava in un rosso vivo, la dedica sul retro della foto.

“Spero tornerai presto, non solo per le occasioni tristi. Firmato, la tua unica sorella”.

Finalmente Trespolo, era riuscito ad azzerarsi.

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