Novelle

La regola del lieto fine

Il boa spelacchiato, roteò accarezzando Cosola.

«È la tua sera, Venere Nera. Dacci la regola».

Strabuzzando gli occhi, la candida Cosola, boccheggiò un sorso d’aria, rubando secondi preziosi all’intervento di Amèlie.

«Ma ricordami un po’ perché ti chiamano così?» stupì la platea in contro tempo, la candida Cosola.

«Perché sono la più anziana. E mi piace la France!» disse volteggiando la mano a mezz’aria.

«E io perché mi chiamo Cosola?».

«Perché sei la terza e hai una faccia di cazzo!».

Le colleghe sorrisero tenendo le labbra serrate. Amèlie non apprezzava mormorii e sogghigni.

«Dunque … stasera, care colleghe, voglio: Seduzione, Tenerezza e Coinvolgimento. Voglio che disubbidiate alla Regola principale. Innamoratevi. Solo per stasera».

Le ragazze si passarono sguardi smarriti. Lea ne versò uno su Sonny; Sonny lo propose a Megan; Megan lo accolse e lo porse a Gabry; Gabry quasi lo schivò e distratta lo diede a Miriam; Miriam lo tenne tra sé e fu costretta a donarlo alla Dama Amèlie.

«Bel coraggio, Cosola. Ma che ti è preso stasera?» disse la Dama.

«Sono stufa d’esser scelta. Voglio scegliere l’uomo da scoparmi. E se proprio devo, voglio farlo con gusto. Con dedizione. Come una specie di lieto fine. Come se davvero me ne importasse qualcosa».

«Sei un caso disperato, ragazza!».

«Tu sei un caso raro, invece, amica mia! Se non ci fossi tu … » rispose indispettita Cosola.

«Ti pare che avrei scelto di fare la puttana se avessi avuto un’alternativa? In questo mestiere devi solo sperare che il tempo sia più o meno lungo quanto quel pezzo di carne che t’infilano dentro, o più o meno breve quanto un orgasmo. Devi solo decidere. Solo questo possiamo decidere: niente più che una distanza e nulla comunque oltre le tue possibilità, sennò ti rovinano. Cosa ci trovi di interessante in tutto questo? Più breve è il tempo, in più macchine ti infili, più guadagni. Questo sì, che è interessante. Se potessi scegliere il cliente perfetto, sceglierei quello che non paga perché non mi vuole. Mi desidera e basta. E se mi desidera, può anche portarmi via da questa merda. Ma non c’è. Quel cliente che dici tu, non esiste. È troppo occupato ad amare una vera donna. La sua, vera donna».

«Oh, oh! Qui non ci si bagna solo a comando! Gli animi si scaldano anche gratis!» intervenne Amèlie.

«Questa regola è una stronzata, Amèlie. Stasera non gioco» sputò fuori Gabry con gli occhi di ghiaccio.

«Se non giochi, non lavori. Conosci le regole, se vuoi lavorare con me. Avete voluto la pappona? Avete chiesto protezione ad una donna? Non sono forse io che vi consolo quando non si batte cassa? E allora si gioca a modo mio. Una regola alla sera, un motivo nuovo per aprire quelle gambe senza esser troie, senza mostrarlo per lo meno. Più donne, meno troie. Il cliente ama le donne. Paga per insoddisfazione, perché si sente diverso, escluso, non compreso: e noi lo comprendiamo il nostro uomo, il nostro cliente. Se va a puttane è perché si sente una nullità e può dimostrare di poter sottomettere almeno una donna a pagamento. Voi invece dovete dargli l’illusione del riscatto. Farlo sentire uomo. Essere importante per qualcuno. Qualcuna. E se l’amore trova posto, tanto meglio, ma sempre fuori dal lavoro. Ritornerà con piacere perché sa che questo è l’unico posto al mondo dove è a suo agio. E a noi piace l’uomo-a-suo-agio! Vero?!».

Cosola si rammaricò di non aver rincarato la dose. Avrebbe voluto far sentire Gabry una vera battona, una puro sangue. Era da tempo che aspettava il suo turno, ma l’intelligenza della collega Sonny aveva tenuto banco per parecchie settimane.

«Dominate l’uomo, senza che respiri. Voglio che lo massacriate d’insulti, voglio che tiri fuori la mascolinità» era sua la regola.

"Squadra che vince, non si cambia" ripeteva Amèlie, e lo scettro di Venere Nera restava nelle mani di chi produceva più cassa. Finché c’era il tutto esaurito, la Venere Nera non si cambiava. Era un premio, un trofeo.

Cosola aveva aspettato il suo turno per dieci giorni, aveva studiato la sua regola con attenzione. Una volta tanto avrebbe voluto sentirsi donna. Non ne avvertiva più il sapore da tempo.

"In effetti" – aveva pensato – "basta attendere diversamente. Credere che non sia un lavoro".

Quando al mattino si svegliò, filò dritta in cucina.

Il lavandino acclamava a gran voce la Venere.

Bianca. Stavolta. Perché s’era lavata.

Simona stroncò subito il chiasso dei piatti sotto una cascata d’acqua gelida, versò del detergente e aspettò che la schiuma come lana crescesse sotto i suoi occhi. E sorrise. Quella nuvola di bolle le ricordava lo studente. Poca aria ingabbiata in giochi di tenerezza.

Gennaro. Poco più che venticinquenne, s’era addentrato nel viale con circospezione.

Persino i fari della sua auto mostravano riluttanza. Quasi sospiravano. Forse tremavano e sudavano adrenalina. Dapprima s’era innamorata di quei fari, schegge di luce. Poi, amò il sottofondo che proveniva dall’abitacolo.

"Baby, can I hold you" diceva, e Gennaro inseguiva il testo su delle labbra quasi tristi.

«Qui».

Simona l’aveva chiamato. L’aveva scelto.

«Dove hai imparato questa cosa?».

Gennaro abbassò il volume dello stereo.

«Scusa?!».

«Dove l’hai imparato?».

«Non capisco, scusa … ».

«Rispondi e basta!»

Mise mano al cambio e abbassò la testa sconfitto, per andar via.

Cosa le stava dicendo?

«Andiamo» le disse.

«Ma come … ».

«Non l’hai imparato da nessuna parte. Stasera ti ho scelto».

Dal lavandino il rivolo d’acqua sboccò senza preavviso. Avvertì solo le infradito umide. E tornò alla realtà.

Il viaggio era stato bello, ma breve.

Gennaro non l’avrebbe più rivista. Il lieto fine aveva dato senso alla storia di quella serata.

Anche la nuvola di sapone s’era sciolta, dissipata.

E pensò per un attimo a quella Gabry: non era la distanza a far la differenza, né il tempo tra un cliente e l’altro. L’attesa, era la differenza. Il momento nel quale sei lì che aspetti qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, qualcosa in più. Non il solito uomo. E lei, Simona, era stanca di non aver quel tempo, quella frazione di pausa nella quale immaginare un auto diversa, una musica diversa, profumi diversi. Sapeva che la realtà l’avrebbe richiamata, risucchiata.

"In effetti" – aveva pensato – "basta attendere diversamente. Credere che non sia un lavoro".

«Arriva o no, ‘sto cazzo di caffè».

La voce che gridava dalla camera da letto, frantumò le fantasie di Simona.

Era a casa ora, doveva tenerlo a mente. Era con la bestia. L’orco cattivo.

"Il lieto fine, non s’impara da nessuna parte. O ce l’hai, o niente. Non lo puoi improvvisare" – pensò.

L’attimo successivo all’attesa è come il lieto fine di una storia. Dei personaggi non resta più nulla, se vale un lieto fine.

Gennaro sapeva dar senso a molte cose. E non l’aveva imparato da nessuno.

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