Novelle

Quanti piani ha la felicità?

Succedeva che, uscendo per qualche serata, misuravo la mia forma, le mie emozioni, il mio stato d’animo, specchiandomi in ascensore.
L’esser andato a vivere da solo, devo ammettere, ha rivelato quanto in realtà, non fossi così poi single. Per tante ragioni, ora che ci penso. Una di queste era lo specchio del mio ascensore.
Il mio appartamento era al quinto piano di un condominio nuovo di zecca. Tra le tante novità, vi era l’ascensore. Non sono mai stato abituato a salire in ascensore, per cui presi subito coscienza di quanto quel mezzo mi fosse necessario.
La prima volta che vi entrai, avvenne qualcosa di straordinario.
«Buongiorno!» dissi.
Solo pochi secondi e mi resi conto di aver salutato la mia immagine riflessa: vi era affisso uno specchio mastodontico. Sorrisi e inevitabilmente abbassai la testa.
Io e gli specchi non abbiamo mai avuto un bel rapporto.
Ho sempre ritenuto questo complemento d’arredo superfluo, decisamente inutile: non avevo bisogno che una rifrazione di luce mi ricordasse chi fossi, mi conoscevo abbastanza da poterne fare a meno. Insomma non ho mai dato peso alla mia immagine, a ciò che indossavo, all’abbinamento maglioncino-jeans: tutte cose inutili. Andando avanti con gli anni, ho sempre biasimato coloro che si guardavano dappertutto, persino in strada, negli specchietti delle automobili, sulle vetrate degli stores, persino in una pozzanghera d’acqua.
Purtroppo, anche quel maledetto specchio, mi provocò strani pensieri e reazioni, realizzando ben presto le metamorfosi del mio stato d’animo.
Parlavo con il mio specchio tutte le volte che scendendo a piano terra, mi guardavo e, fiero di me per come mi ero conciato, per come mi sentivo, quasi lo insultavo dimostrandogli di non aver nessun timore al suo cospetto.
Quando rientravo a casa era lui che mi parlava.
Mi parlava solo guardandomi negli occhi.
Mi parlava con la tristezza di chi era rientrato, deluso da una serata come tante altre.
Mi parlava con l’espressione triste di chi ti dice “Dai lascia stare, sarà per la prossima volta”.
Mi parlava e mi raccontava di quanto fossi triste.
Pigiando il tasto 5 dell’ascensore, era come se continuassi a darmi un voto. Mediocre. Quel loculo motorizzato mi ricordava tutte le volte, quanto fossi mediocre. Per questo, i miei rientri erano quasi sempre tristi. Risalivo in quella che era la realtà. Una mediocrità autorizzata. Ritornavo in me dopo aver passato una serata nel mucchio lì fuori.
E quel maledetto specchio ripeteva sempre le stesse parole.
«Ma vedi quello che sei? Sei ridicolo!».
Il tempo che trascorrevo in quell’ascensore era un’agonia, una tortura vera e propria.
“Ma quanti piani mancano ancora?!”, “Quant’è lento quest’ascensore, accidenti! Mi tocca soffrire ancora due piani!”,
“Quanti piani ha questa tristezza! Roba da ingozzarsi di Nutella per tirarsi su!”.
Ripetevo sempre queste solite frasi.
Una sera, rientrando a casa, decisi di salire a piedi. Cinque piani erano cinque piani, tuttavia, evitai di starmi a sentire le ingiurie di quel dannato specchio.
Al secondo pianerottolo mi fermai e presi fiato.
«Sembra un’impresa!».
Fu tra il quarto e quinto piano che, aggrappandomi al passamano, tirai con forza un me stesso davvero sfiancato. Non ne potevo più. Mancava poco. Ancora uno sforzo.
«Ma quanti piani avrà la felicità?».
Entrato in casa, lanciai le chiavi sul mobile all’ingresso e mi buttai sul divano, sfinito. Quella salita mi aveva stancato. Socchiusi gli occhi.
«A certe altezze non sono abituato, ma sarà così in alto il mio quinto piano?!».

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