Novelle

Caric’a chiacchiere

Teomundo era il nome, ma l’aveva preso in prestito tant’è che tutti presero a chiamarlo così, senza nemmeno porsi troppe domande. Uomo sulla quarantina, vantava una vita incredibile e di volta in volta questa pareva arricchirsi di aneddoti già annoverati, ma mai pronunciati esplicitamente. Insomma, Teomundo amava dipingere attorno agli anni che si cuciva addosso, bottoni di camicie mai indossate, ma solo provate. Ed esse s’impregnavano di sudore al punto che, distolto l’indumento, potevi sentirne l’acida fragranza e pensare davvero che fosse roba sua. Teomundo era davvero bravo ad esaltare le sue imprese, da infilarle in ogni occasione come esempio e stimolo per le future generazioni. I pargoli correvano a lui appena terminava la scuola, mentre attendevano il bus che li riaccompagnava a casa. Non c’era bisogno che lo cercassero: Teomundo era già alla fermata, intento a contare i minuti a disposizione. Quale fosse il suo mestiere, anche questo era un mistero: ne aveva a iosa, a seconda dell’interlocutore, così che poteva esprimere il suo parere per ogni situazione. Teomundo era un tuttologo. Sapeva di cucina, come di ferramenta; esperto di cavalli così come di ingegneria; era forte e coraggioso, ma un tenero romantico che aveva fatto dipingere il volto della sua amata in una delle gallerie della metro a Parigi. Teomundo era circondato di donne. Perseguitato dagli uomini. Era il peccato e la remissione, l’ingiuria e la cortesia, un bisbetico e un saggio. Tra le sue amicizie annoverava Castro, Wojtyla, Donna Summer e qualche partigiano. I nemici poi non riusciva nemmeno a contarli tant’era il bene che elargiva.

Un giorno però, il comandante dei Carabinieri lo braccò pubblicamente, durante uno dei suoi comizi.

“Teomundo, devi seguirci in caserma. Stavolta l’hai fatta grossa!”.

Provò ad urlare la sua estraneità a qualsiasi tipo di accusa, ma in meno di niente, fu scaravento nell’auto di servizio.

Durante un primo interrogatorio, il comandante gli rivolse alcune domande alle quali Teomundo non sapeva davvero cosa rispondere. Poi gli mostrò una foto. Una donna sui trentacinque anni, mora.

“La conosci?”

“Certo che la consosco. E’ la mia ex moglie!”.

“Impossibile! Ci risulta che tu non sia spostato. Ma forse, per quel che dici, dovrei crederti. Oppure no?!”

Teomundo raccolse un po’ di buon senso e tentò di capirci qualcosa.

Qual’è il tuo vero nome, Teomundo? Lo ricordi!? O forse per via di un’identità che ti sei creato con leggende, hai perso per strada la memoria e i veri documenti?! Questa donna ti accusa di violenza, abbandono e furto. Dimmi a quale di queste tre accuse non dovrei credere e io lo farò. Ad una però dovrò pur dar seguito. Per forza. La legge me lo consente. Sai perché?! Perché sulla tua carta d’identità c’è un altro nome: nessuno Teomundo. Dunque per quel che mi riguarda, sei un bugiardo, falso e con l’aggravante di reticenza. Per quale motivo dovrei credere alla tua presunta innocenza?! Non tutti bevono alla fonte delle tue chiacchiere. Può succedere anche che qualcuno decida di arricchirsi delle tue stesse invenzioni. Anche senza prove, finisci male: non c’è giustificazione per l’individuo che si crea un’identità falsa. Stavolta credo dovrai prestare anche tu orecchio alle chiacchiere di questa donna che ti accusa, ingiustamente a mio parere – te lo confesso in silenzio – perché tu possa vedere la faccia che farai dinanzi a una bugia. Questa faccia, non l’hai provata mai. E non è un bel vedere, te l’assicuro, Teomundo u’ caric’a chiacchiere!”

Un pensiero riguardo “Caric’a chiacchiere

  1. Chi siamo veramente? Teomundo chi e’? E’ un gran chiacchierone? E’ uno che ricerca la sua identita’? E’ uno che vuole apparire quello che non e’? E’ l’uno, nessuno, centomila o il fu Mattia Pascal di memoria prandelliana?
    In poche righe l’autore riesce a trasmetterci il male di questa nostra societa’: chi siamo? dove andiamo? dove sta la verita’? Tommaso, con i suoi scritti, cerca di aiutarci a riflettere sull’esistenza dell’uomo moderno e lo fa egregiamente

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