Novelle

Intorno alla tavola, intorno al bidet.

Le serate con gli amici sono incursioni autorizzate nelle vite private. Cosa si intenda per ‘privato’ però, è affare che ancora mi manda ai matti. Il termine assume una connotazione piuttosto altisonante se consideriamo il fatto che per ‘privato’ intendiamo esplicitamente … ‘i cazzi nostri’! Beh, mi sia concesso questo francesismo perché se è vero che la privacy racconta di un’intimità segreta, allora cosa dovrebbe raccontare la vita di un individuo?! Nel senso, cosa c’è di non-privato nella vita dell’uomo? Ogni cosa che ci riguarda ha una peculiarità personale e intima, dunque, a meno che non stiamo raccontandoci favole, aprire il proprio bagaglio e mostrarlo a chi riteniamo ‘di fiducia’, dovrebbe essere una normale conseguenza della fiducia stessa. E della necessità insita della condivisione. Forse l’attributo ‘privato’ non ha a che fare con il nostro vero bagaglio. Ma con l’armadio. Con ciò che nascondiamo. E qui, l’argomento diventa piccante: chissà perché gli armadi hanno il retrogusto di pepe! Vi è sempre un ripiano del nostro armadio atto a recuperare e accatastare situazioni scomode, insolute, trasgressive e forse anche peccaminose. Senza forse.

Parlavo di questo proprio ieri sera. Alla mia coscienza. Lei continuava ad ascoltare, senza frapporsi o intervenire con facce che avrebbero potuto levigare i pensieri con mezze verità. Queste sono proprio atroci. Non le ammetto. Nemmeno la mia coscienza le ammette. Almeno su questo, andiamo d’accordo. Dicevo, parlavo di questo e intanto la strada si faceva più buia: era mezzanotte inoltrata. Il sonno stava prendendo piede ed anche un po’ d’amarezza per il silenzio prolungato della mia compagna di viaggio. Non ho mai vissuto di imbarazzi con lei, ma ieri sera il disagio nel quale mi riversò, aveva un sapore nuovo. In altre occasioni è successo che la sua perentoria vocina, abbia scosso la quiete apparente del mio vivere, tuttavia essa persisteva fin quando non rallentavo il battito e capissi dove mi ero perso. Ieri sera la storia stava ripetendosi. Fin quando giunto a casa, l’ho abbandonata definitivamente per assopirmi con il battito sospeso. Ho lottato non poco per addormentarmi del tutto, tuttavia il sonno non è stato dei più graditi. Mi son svegliato col disgusto di me. E’ tremendo cominciare la giornata con questa prerogativa.

Di questa bella favoletta sapete cosa apprezzo? Il disgusto che proverete nel leggerla. Perché piuttosto che alla riflessione, sarete portati a pensare a cosa di strano abbia fatto ieri sera, o quale gran male viva in questo momento, o peggio ancora, a che sorta di sfigato sia.

Sorridete beati. Perché l’invenzione della scrittura è di quella tavola intorno alla quale puoi raccontare qualunque cosa, tanto il tuo turno finirà e in tanti ti applaudiranno con sorrisi e false gratificazioni. Nell’intimo non c’è chllly, c’è Chi ha freddo, o Qualcosa di fresco o Qualcosa di frigido. Dipende da quanto spesso ci laviamo con verità o falsità. Detergersi con Mezze Verità è sinonimo di trascuratezza: qualcosa che tralasceremo e resterà impuro. Fingendo di esserci fatti una gran bella lavata di coscienza. Il privato non ha niente a che vedere con la coscienza.

Se  intorno alla tavola siamo in tanti, intorno al bidet restiamo sempre soli. Una seppur minima differenza, dovrà pur esserci!

Un pensiero riguardo “Intorno alla tavola, intorno al bidet.

  1. Il racconto autobiografico in questo senso ci aiuta a denudarci e a riscoprire verita’ assopite e magari nascoste. Certo no so fino a che punto l’autobiografia svela la verita’ in assoluto, nel mio caso qualche scheletrino nell’amadio l’ho tenuto, per svariati e giustificabili motivi. Certamente la scrittura autobiografica riesce a far emergere situazioni e verita’ che la tua coscienza aveva conservato e che il flusso di ricordi prepotentemente riporta a galla per una valutazione che a volte sconcerta.

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