Novelle

Il megafono incantato

Nella ventennale azienda di famiglia, vigeva un solo motto: “Sai qual è il tuo mestiere?! Allora, fallo!”. La buon’anima del cavalier Cipoldi, aveva lasciato come eredità un megafono, un amplificatore di voce, attraverso il quale la sua voce pre-registrata, ripeteva sempre e di continuo lo stesso slogan agli operai lagnoni. Come testamento, una cospicua cassa, un tesoretto niente male del quale tutti parlavano ma nessuno ne conosceva l’entità. Eccetto il figlio Berardo. Ma costui ebbe vita breve, tanto che le redini dell’azienda passarono nelle mani di Samuel, un diciottenne appena diplomato, cresciuto tra le corsie dei reparti e le chiacchiere dei dipendenti. Sin da piccolo infatti, Samuel, bazzicava il capannone del nonno, offrendo sorrisi e motivo di distrazione agli operai oberati di lavoro. Producevano pomelli e ante per ogni arredo, per ogni armadio, di ogni forma, colore e misura. Nell’inventario aziendale si potevano contare oltre cinquemila esemplari di pomelli. Samuel si incuriosiva nel vedere i meccanismi delle grandi rulli trasportatori, nel sistematicità delle azioni, ripetute per decine di migliaia di volte al giorno. Passeggiare nei reparti agli aveva anche insegnato il gergo dei lagnoni, coloro che continuavano a sostenere idee proletarie e citazioni di ciclostilati sindacali.

“Adesso che sei il capo, anche tu urlerai con quel maledetto megafono. “Sai qual è il tuo mestiere?! Allora, fallo!”. Stare in alto, fa venire le vertigini. Si diventa altri!” – sentenziò il più anziano tra gli operai.

Sedere alla scrivania del nonno prima, poi del padre, lo turbò. La prospettiva era diversa: non riusciva a guardare in faccia nemmeno una di quelle tute blu. Eppure conosceva le loro voci, le loro storie: erano figure sprofondate nel silenzio di chi deve solo fare il suo mestiere. Niente più. Ciò  che vedeva di fronte a se, era l’eredità di famiglia: il megafono. Lo ignorò e giurò a se stesso che non l’avrebbe mai sfiorato. Ciò di cui aveva bisogno era un contatto. Istituì una sorta di gruppo leader, una cerchia di poche persone con la quale confrontarsi e affrontare i problemi inerenti alla condizione lavorativa. Scelse sei anziani. Li chiamò a se e li rivestì del compito più semplice per un operaio: lamentarsi. Sarebbe spettato poi a lui, il padrone, decidere a quale voce dare ascolto, sempre nel massimo rispetto delle leggi e del regolamento. I sei si riunirono presto e presentarono a Samuel una lista di richieste. Samuel ascoltò e firmò la petizione. In essa era contemplata la possibilità di avere più giorni di riposo, migliori condizioni di lavoro (riscaldamento e luce adeguati) e nuove divise e scarpe adatte. Quando firmò la petizione, Samuel sorrise soddisfatto: aveva creato un circuito di fiducia e collaborazione che non solo avrebbe giovato all’azienda, ma agli stessi operai. “Certo che sanno qual è il loro lavoro, che diamine!” – pensò tra se, lasciando l’ufficio e tornando a casa. S’infilò in auto e accese i fari. Nel buio della parcheggio, ciondolava un corpo. Uscì e riconobbe uno dei sei anziani. Il più anziano degli anziani. Era ferito, percosso più volte da violenti botte in pieno viso. Stringeva al petto il vecchio megafono del cavaliere Cipoldi.

“Uno nasce operaio nell’anima. E padrone nella testa. Gli animali hanno pure un’anima, ma non un cervello. Un operaio con la testa cercherà sempre certe altezze, il fango non fa per lui. Quello sarà il giorno in cui diventerà padrone”.

Il vecchio megafono recitava così, in ripetizione continua, un breve discorso del cavaliere.

Pestato dagli altri cinque anziani, aveva difeso il diritto di essere operaio con orari rivisti, riposi e un abbigliamento nuovo di zecca.

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