Novelle

La giusta misura [Al bar del professore]

Al Solito Bar del professore respiravi un’aria familiare, ma di lontani parenti ai quali nessuno fa più visita. Si conoscevano un po’ tutti, ma quanto a chiacchiere c’erano solo le carte a tenere il filo del discorso in piedi. Terminata la partita, ognuno sollevava le membra silenziose e riversava gli ultimi spiccioli della serata al cospetto del banco. Il professore stava lì ad attenderli.

“Fammi felice, professo’!” – dicevano. E dall’altra parte, una bottiglia di vino o di cognac, gorgogliava decisa.

Il pivello stava a guardare: sciacquava bicchieri unti sotto un getto d’acqua bollente e li riponeva secondo l’ordine stabilito. La mensola dei bicchieri, per il professore, era un reliquiario, guai a scombinare il disegno che egli aveva distribuito con tanto amore. Ascoltava le poche parole che i clienti continuavano a rivolgere a quella figura misteriosa oltre il banco, osservava la postura di zelo e il rispetto col quale essi pendevano dalle sue labbra. E dal calice che continuavano a stringere tra le mani. Un giorno poi venne uno nuovo, forse una spia o l’ennesimo marito geloso: se entravi al Solito Bar, dovevi avere delle buone motivazioni. Il volto scuro, un abito appena stirato e un paio di scarpe lucide che puzzavano ancora di pasta e spazzola.

“Occhio a questo,” – disse il professore – “se viene al banco, servilo tu, pivello!”. Il giovane garzone abbandonò i panni umidi sul lavabo e si piazzò al solito posto del professore. L’uomo attraversò la sala con passi sonanti, distribuendo sguardi e occhiate ai tavoli da gioco. Infine si diresse senza tentennamenti al banco.

“Mi faccia felice”.

Il pivello quasi tremò. Pareva una parola d’ordine dei sobborghi nei quali vigeva un codice segreto.

“Avanti, pivello, chiedi al signore cosa preferisce bere!” – intervenne il professore.

“Mi guardi in faccia: secondo lei di cosa ho bisogno?”.

Il professore fece un cenno al ragazzo. Gli disse ‘guardalo bene’ e sparì nel retro.

“Non sono esperto in questo genere di cose. Se magari, mi da’ una mano, saremmo tutti più felici!” – sbottò quasi infastidito il pivello.

Ed ecco rientrare il professore. “Per la felicità, caro signore, non c’è cura. Ma metodi. Canali entro i quali versare un po’ di quotidianità. Ai miei clienti verso una bottiglia di quel che capita. Perché sono i bicchieri a far la differenza. Potrei forse versare dell’ottimo rhum in un boccale da cinquanta? O del vino di buona annata in cicchetti?! Ogni bottiglia ha il suo prezzo e verso solo la roba migliore. La felicità che lei cerca non è altro che il paradigma di sete. Perché non siamo altro che stupidi bicchieri vuoti. Lei, per esempio, è un bicchiere di plastica: è al mio banco solo per provare. Solo per testare. Non servo da bere a chi non lo merita, perché un bicchiere di plastica resta sempre un usa e getta. La verità, caro signore, sta nelle proporzioni: perché continuare a versare nettare prezioso oltre il bordo del bicchiere? Sarebbe uno spreco. Ecco, questo è il senso di felicità che verso ai miei clienti. A ciascuno quel che si merita. E quando sbaglio dose, resto a secco: ho versato troppo a chi non dovevo e lasciato a digiuno chi aveva davvero sete. Per questo non voglio sbagliare anche con lei: esca dal bar, perché non versi inutilmente le mie pregiate risorse.”

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