Novelle

Cinque minuti prima

Ero certo di aver guardato bene le previsioni, solo una stupida nebbia versava incertezza al caso: la notte sarebbe passata senza onde alte. Sebbene nauseato da troppa vivacità lì fuori, dovevo uscire. Dovevo pur farlo. L’appuntamento, era di quegli incontri ai quali ci vai, ma senza presenziare col tuo abito migliore. Infatti preferii darmi una grossolana sciacquata e cambiarmi la camicia. Sarebbe bastato per render grazie all’evento e dell’invito. Ma ne avrei avuto ancora per delle ore, ero in notevole anticipo come mio solito, tanto che osservando fuori il cielo, esso rallentava la sua corsa quasi a farmi dispetto. La distesa folta delle vicine colline mostrava ancora il suo manto verde e pareva fosse anch’essa insofferente a coprirsi del lenzuolo bruno che la notte avrebbe di lì a poco steso, rimboccando la natura del suo tepore. L’attesa del momento per il quale sei pronto da tempo, somiglia un po’ a quell’incanto che ti coglie poco prima di svegliarti al mattino: è torpore di sogni e ingresso in una realtà che stai per affrontare senza che tu ne sia davvero pronto. Voglia di fare, ma senza batter ciglio. Ingannai il tempo e le sue lancette giocando col minuscolo ragno che drappeggiava con la sua tela un angolo dimenticato del mio soggiorno: è incredibile l’arroganza di certi esseri, per quanto minuscoli son fieri, certi di incutere timore. Peccato procurino solo disgusto. E fu esattamente questo che provai per circa quaranta minuti, il tempo necessario per sentirmi pronto.

Ero davvero pronto. Fuori c’era un’aria mesta forse per via dell’immagine che procuravano i miei occhi: malinconia per qualcosa di indefinito. Il mondo spesso è come ce lo disegniamo nelle pupille. In realtà, osservando il paesaggio, era tutto calmo. Nessun pericolo vicino.

Decisi di uscire e giungere all’appuntamento con i consueti cinque minuti di anticipo. Aspettare per non perdersi l’arrivo, perché troppa puntualità sconfina nel ritardo. Attraversai la solita strada, abbozzai un saluto al fioraio seduto fuori alla sua bottega. Era lì da una vita ad attendere chissà cosa. E sorrise. “Arriva stavolta, vedrai che arriva!”. Feci finta di capire, rispondendo con un tiepido accenno.

Ora che sono sul luogo dell’appuntamento, pare stia passando una vita. Sono solo cinque minuti. E lei non arriva. Parlo al passato per aspettare un presente nuovo, carico di brina e sapore di notte: un piccolo assaggio del giorno che sta per venire, un gemito di sussulto per la novità che aspetti dal passato remoto. Ma sono solo cinque minuti e spesso possono bastare per preparare un’attesa.

Non è ancora mattino. Ed essa arriva: seduto l’attendo su questa riva che dal mare si espande, perché di cinque minuti non perda nemmeno un secondo. E’ l’alba: presenta il suo buongiorno chinandosi su un’onda che gorgoglia e inciampa sino al bagnasciuga. Sino a bagnarmi. Il cielo risponde con la sua tenera immensità e getta lacrime di commozione sulla testa, tesa a osservarlo.

Piove. In riva al mare.

Un’attesa vale il buongiorno, non come l’incanto che ti coglie poco prima di svegliarti al mattino: è torpore di sogni e ingresso in una realtà che stai per affrontare senza che tu ne sia davvero pronto. Voglia di fare, ma senza batter ciglio. Bagnato da testa a piedi, comincio un nuovo giorno. Benché non vestito con l’abito migliore, dicono spesso l’acqua purifichi.

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