Novelle

Tra le pagine di una barca arenata

C’era quella vecchia barca arenata sulla spiaggia. Nessuno sapeva da dove fosse arrivata, nessuno la reclamava. Di tanto in tanto i monelli del quartiere ci saltavano dentro, giocando a darsi la caccia e fingendosi audaci pirati. Priscilla non ne poteva più degli schiamazzi che giungevano fin su al terzo piano della sua camera. L’ospite perenne del Grand Hotel “Le Sirene”, stringeva i pugni e picchiava sul materasso ogni volta che stridule vocine e botti come tuoni la facevano sussultare durante il riposo pomeridiano. Tentava in ogni maniera di ovattare il disturbo esterno, ora ficcando la testa al riparo dei soffici cuscini, ora sbarrando le finestre. Per quando sorde, le grida continuavano a infilarsi in quella camera, quasi chiedessero la grazia di essere soffocate in qualche modo. Dopo qualche settimana comprese che la resa sarebbe stata la migliore arma.

Doveva reinventarsi la giornata: il pomeriggio stava nel mezzo, come la volontà giace supina e all’erta, tra l’intenzione e l’azione.

Dedicò il tempo del riposo alla lettura dei grandi romanzi d’amore, ai versi dei poeti ormai caduti in disgrazia nel dimenticatoio delle antologie, a storie di sventurati cavalieri relegati ai tentennamenti dei ricordi di vecchi nostalgici. Superò la barriera del disturbo nel modo più insolito, isolandosi con piacere sempre più spesso e segnando pagine con una piccola e innocua piega degli angoli. C’erano angoli preziosi ai quali si legò sin da subito e non di rado tornava a rileggere quelle pagine per il puro interesse del piacere stesso. Era una distesa tenera, una culla nella quale dondolarsi e sorridere senza motivo, un pezzo di giornata che cercava  con la brama di chi quasi perde il senno. A volte passeggiava con un tomo spesso tra le mani, dando una sbirciata alla finestra. I marmocchi e quella stupida barca erano ancora arenati nel solito punto. Sorrideva all’idea di come, senza troppo fatica, non solo aveva vinto il disturbo, ma ne aveva tratto benefico: una ricchezza sostanziale che l’accendeva senza interruttori particolari. Poteva affermare, senza dubbio, di brillare di luce propria.

Una sera di fine agosto, terminò la lettura. Non vi era un solo libro nella sua stanza, che non fosse stato consumato dalla forza dei suoi occhi e dal desiderio. Avvertiva un senso di disagio, smarrimento. L’impotenza di poter lanciarsi ancora negli sconfinati lidi della fantasia, la rendevano ritrosa ad ogni reazione. Passeggiò al buio per diversi minuti, nervosamente, sfiorando ogni angolo di stanza come sfiorava angoli di carta, segni di ripasso e indici di gradimento: cercava un appiglio al quale chiedere conforto. Dalla finestra urlava ancora quella barca arenata, ma di lamenti d’acqua: onde stanche che le urtavano il bisogno di averla a se. Stavolta non sorrise. Nemmeno pianse. Semplicemente scese in spiaggia. Si infilò nel ventre della bagnarola arenata e ascoltò che storia avevano da raccontarle le onde.

Dal mare vien sempre qualcosa. Anche il semplice ricordo di una barca tanto cara e arenata. Arenata come lei, in quel Grand Hotel . E raccontò l’incredibile storia al mare che, con risacche di spuma, accoglieva parole e ricordi dell’unica sirena  sopravvissuta de “Le sirene”.

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