Novelle

Il condominio dell’indecenza

Subito dal silenzio dell’indifferenza, le teste si sollevano: le vedo passeggiare nell’atrio di questo strano condominio, intorno alla carne che riempie i miei, di silenzi. Provo a reagire mostrando un briciolo di umanità. È solo tempo sprecato.
"Niente male, tutto sommato…".

Il portiere del condominio è un tipo bizzarro: lui osserva scarpe.
"Se indossi un paio diverso al giorno, vuol dire che ci tieni".
"Tengo a cosa, Sandro!?".
"Ci tieni e basta".

La signora del secondo piano è in casa da settimane, per via di sua figlia. Ha un eritema solare e insiste a farle impacchi di borragine, foglie delle quali non sapevo l’esistenza. La signora del secondo piano ha un rimedio per ogni cosa. Anche per ciò che non occorre rimedio.

I due conviventi del terzo piano, hanno dato una festa l’altra sera: manciate di sorrisi e un menù cucinato dagli invitati. Non hanno speso un euro a quanto dice Sandro. Una flotta di esemplari pescati da chissà quale zoo, è atterrato nel condominio, carica di ogni sorta di prelibatezza.

Infine al quarto piano vive la famiglia mancina. E’ un caso che tutti i membri siano sinistrorsi: l’abbiamo notato mentre firmavano il registro al funerale del signor Alfredo, marito della signora del secondo piano. Eppure guai a chiamarli di ‘sinistra’, pensano sia una malattia, qualcosa di innaturale. Perché nell’ordine delle cose, ogni cosa giusta gira per il verso della destra. Ma questa è una teoria dei mancini.

Nessun difetto, ma solo un motivo per curare le faccende altrui. Le stranezze personali contemplano un’appendice: le voci esterne che muovono labbra infette da un virus talmente inutile che puoi curarlo con la semplice indifferenza. Al pian terreno vivo io. Timido, affetto da paranoie repentine e indicibili. Una a caso: non parlo con la gente. Mi fa schifo. Eppure la parola in se, mi piace. Amo dialogare. Non curo particolarmente i rapporti, per il semplice fatto che non curo gli altri. Aver a che fare con un estraneo, implica conoscenza e dedizione. Nel momento preciso in cui ti sembra di aver CONOSCIUTO a fondo colui o colei che hai di fronte, ecco che parte la terapia. Sì, la gente ha voglia di sanare. Aggiustare pezzi di vita che non conoscono affatto. La gente deve guarirti: per questo motivo ha sempre un consiglio da infilarti nella giacca, così che giunto a casa, tu possa esaminarlo e dire a gran voce: “Che gran bella persona è tizio!”.

Non voglio essere guarito. Adoro la mia malattia. E chi mi conosce, lo sa. Coloro che, infelici per questo mio strato di vita, insistono con le loro ricette e le inopportune cure, finiscono per ammalarsi loro stessi. Si radunano tutti nell’atrio del mio condominio, in una sorta di Deploration-Day a urlare e gemere nei riguardi dell’inquilino al pian terreno. Li ascolto mentre trasudano versi, inveiscono contro il mio stile di vita, la mia ottusa reticenza a chiudermi in casa.

Il verso dell’indecenza in verità, è l’esalazione della propria mania: voglia di competere. Ma siamo tutti zoppi e strani, ognuno a suo modo, e correre in una gara di appestati ci rende ridicoli. Meglio tornarsene a casa a guarire le frivolezze e le gravi lesioni. In un condominio di gente strana, vivo la mia ‘malattia’ come rimedio all’indecenza. Forse la vera malattia è l’ignoranza della malattia stessa. Senza di essa, non c’è cura che valga.

Un pensiero riguardo “Il condominio dell’indecenza

  1. Un bel pezzo dove l’ironia e il sarcasmo fanno da padroni e fanno emergere un tema assolutamente attuale: il diverso e’ malato, deve curarsi, deve adeguarsi, deve omologarsi.

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