Novelle

Stretto tra i passanti

Quella di oggi è una giornata da jeans larghi: devono cadermi distratti ai piedi, come far scivolare noie e cattivi pensieri. Li indosso sempre nei giorni così, mi fa star comodo nei movimenti e spensierato nelle zone intime. Corro alla stazione per non perdere il treno. E’ incredibile l’assonanza che si crea tra i termini treno e ritardo, per quanto estranei  vanno sempre a braccetto, una colazione di lavoro che si protrae sino al pranzo e per tutto la giorno, perché se perdi il regionale delle 07.40, va a monte tutta la giornata. Nonostante il tuo bel jeans largo.

07.28. Sono quasi in dirittura d’arrivo, vedo la solita mandria di pendolari e a breve anch’io mi infilerò nel regime di quella cordata. Cercherò il mio spazio, la mia cabina e accomoderò i primi pensieri del mattino accanto alle smorfie e ai gomiti conserti dei miei compagni di viaggio. Molti di loro indossano divise. Costumi aderenti all’insofferenza di star seduti per correre incontro ad una giornata che passerà. Tra tanti passanti mi sento quasi protetto: ognuno a suo modo occupa una cabina scomoda. Nonostante sia puntuale col suo treno e con la propria giornata.

07.34. I minuti si prendono gioco di me. Ogni volta che affondo lo sguardo nelle lancette, queste si rincorrono. Più del dovuto. Così mi tocca correre. Per fortuna sono comodo in questi jeans larghi, non mi stringono le forze e la pazienza di accellerare un po’. – Un biglietto – dico. E questa faccia da schiaffi me lo passa sotto il vetro. 07.38. La macchinetta schiaccia-buchi. Speriamo oggi non faccia capricci. Di solito sonnecchia: stringe tra le sue ‘labbra’ il lembo del biglietto e mastica lentamente. Tuttavia non azzanna, non incide fori. – Coraggio, stupida! – dico, con la speranza che stamattina abbia voglia di mangiare. Ronza un po’. Ancora. Insiste. Spingo il biglietto all’interno di questa fessura, sino a creare un’onda anomala. – Dai! – Il treno saluta da lontano col suo fischio inconfondibile. Mi volto per guardarlo. Ma un volto si pianta davanti.

– Serve una mano?!.

– Ehm … forse … cioè … è che non lo prende …

– C’è il trucco! – e sorride.

Un viso stretto in due gote rossine, i capelli sparsi davanti agli occhi. E le sue mani. Cannule d’avorio. Profumano. Me ne accorgo perché sento la sua pelle respirare. Continua a sorridere.

– Bisogna tenerlo sulla destra – e infila il biglietto nella posizione suggerita.

Quel bastardo inghiotte subito e spara due segmenti incredibili. Buchi.

– Adesso sbrighiamoci, sennò lo perdiamo – dice, e mi tira per un braccio. Una volta sul treno, fila dritto in un corridoio. Poi si ferma nel passaggio di due cabine. In piedi.

– Non ci sediamo? – chiedo.

– In piedi si ha l’impressione che l’attesa non ristagni, quando sei in compagnia – e sorride con gli occhietti chiusi.

Stamattina è un altro giorno. Ho bisogno di una cintura. Ho un forte crampo allo stomaco. In meno di mezz’ora le abitudini possono cambiare. Stretto tra i passanti di una cintura per jeans, costipo le emozioni e questo sorrido. Potrei godermeli senza lasciarli fuggire. Perché ogni virtuoso spasmo del cuore, passa per lo stomaco; anche questo sorriso e questi occhietti ricamati da capelli sparsi. Nello stomaco si fermano e devo tenerli stretti. Sono la fame della giornata.

Come fori sul biglietto d’un viaggio d’andata, incido buchi tra i passanti, zone franche. Per tenermi su un paio di jeans che stamattina cadono ai piedi senza noie e senza cattivi pensieri.

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