Novelle

Varie ed eventuali. (Il braccio teso)

Isidoro sedeva sempre nelle ultime file, quelle lasciate libere dagli altri. Preferiva osservare la comunità nel suo insieme. Ogni mese, durante l’assemblea dei soci, partecipava con vivo disinteresse alle questioni che riguardavano argomenti così inutili che spesso si addormentava. I membri che sedevano al tavolo centrale, i coordinatori, prendevano nota degli interventi e, a seconda delle necessità, dichiaravano che questa o quella decisione, doveva esser messa ai voti. Le mani si levavano all’unisono, ostruendo la visuale: ogni volta la conta era un’impresa e non di rado, erano costretti a ripetere l’operazione. Isidoro non rispondeva mai all’appello, né a favore, né contro di alcune delle interrogazioni: erano questioni inutili che prima o poi avrebbero generato altri problemi e dunque, si sarebbe tornati a votare per rimettere a posto le cose. Per questo non sedeva tra loro. Era diverso, distante: non era come quelle braccia tese.

Prima che l’assemblea mensile si concludesse, i coordinatori chiamavano a gran voce, l’ultimo punto all’ordine del giorno: Varie ed eventuali.

Isidoro alzava il braccio per chiedere la parola e puntualmente i membri dell’assemblea si alzavano in piedi per tornare a casa. La mano di Isidoro che si agitava nel vuoto era sepolta dalle figure che come formiche si disperdevano nella sala, dai rumori di sedie stridenti e da un vociare che ingoiava i residui di polemiche lasciate sospese.

“Sarà la prossima volta” pensava tra sé.

Questa, la scena di ogni mese, per due anni.

Sino a quando Isidoro restò al suo posto. L’ultima fila. “Non mi muovo di qui!” disse. “Adesso sciopero!”.

“Sto morendo. Ho bisogno di un aiuto, che qualcuno faccia qualcosa. Chiedo una mano. Avete ordinato le vostre faccende, valigie piene di bisogni. Necessità impellenti di pruriti inconcepibili: un passo carrabile; una festa del quartiere; una gara di solidarietà che procuri pubblicità; il condono di multe arretrate; l’aumento del budget per amministratori. Ed io sto morendo. Una questione che non può esser messa ai voti. E’ un dato di fatto, quindi si infila tra le ultime cose della lista, Varie ed Eventuali. Più volte ho sollevato la mano e sono scomparso nel subbuglio. Non esisto più. Adesso mi siedo e aspetto di morire. Semmai vi accorgeste di me, ho bisogno di cure, che qualcuno mi guidi all’ospedale più vicino, perché non ho le forze e i mezzi per farmi curare. Adesso aspetto qui, con il braccio teso in alto, sino alla prossima assemblea: attendo il tempo necessario che qualcuno mi ascolti, ché tanto da solo non ce la faccio, non posso far nulla. Se muoio prima della prossima assemblea, mettete ai voti questa: chi è colpevole di questa morte? Alzate la mano, se avete coraggio, tanto non vi cambierà la vita. Io sarò già morto”.

Così scrisse su un pezzo di carta. Lo tenne in alto, sventolandolo con il braccio teso sino a che le forze non lo abbandonarono.

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