Novelle

A spasso nella discarica

“Dammi un passaggio e riportami in quella discarica. Credo di aver buttato via qualcosa”. Dissi così e sperai che in un batter d’occhio potessi essere sul posto. Dopo mezz’ora di viaggio, mi infastidii. “Dove diavolo mi stai portando!? Ho detto la discarica. Non doveva essere così lontana!”. Ma il mio amico nemmeno stava a sentirmi: la sua auto inghiottiva chilometri senza sentire la stanchezza del viaggio. Poi dissi “Fermati, scendo qui!”. E lui accostò.

“Scoccia tornare indietro, eh?. Evidentemente non eri pronto. Comunque prosegui per due chilometri ancora, troverai la tua discarica alla fine di questa strada”.

Ci sono errori che puoi trascurare, dimenticare, tacere con una strizzata di egoismo. Altri invece, devi amarli. Proteggerli più che puoi. Insomma perdonarli perché sono una parte di te: per quanto ti dimeni, correranno nelle vene e alimenteranno i soliti desideri, i soliti sogni. Loro, sono anche te. Come guardare la tua immagine riflessa, un po’ trascurata, un po’ penosa, e sorridere tuttavia perché provi una tenerezza infinita. Tornare indietro alla tua coscienza è sempre un percorso lungo, noioso, imbarazzante. E’ la discarica dei tuoi mille ego e dei sogni abbandonati. E’ il punto di ritrovo di mille soste e duemila partenze; la zona viva che misteriosamente nascondi persino a te stesso. Per quanto te la porti addosso come bisaccia, guardarci dentro è come fare un girotondo su te stesso, attorno alle tue spalle. Un lungo girotondo nel quale ti fermi se l’afferri con le mani.

Così, afferrai la bisaccia, la mia discarica. Ci infilai dentro entrambe le mani e, tanto pesava il contenuto, che caddi riverso a terra. Così rimasi: seduto col sedere al suolo, schiacciato dal peso della mia bisaccia. Quel che disturbava il fagotto e tardava a venir fuori, era un semplice specchio: incastrato tra le cuciture della sacca, continuava a nascondersi alla mia vista. E io a lei. Quando finalmente riuscimmo a guardarci in faccia, era notte. Abbracciato al mio specchio, mi addormentai, cullando i pensieri e i sogni.

Fu allora che trovai pace.

Così ora, sereno, accolgo i miei errori, li abbraccio e ci dormo ancora insieme, come la parte umana e debole da perdonare. Per quanto pesino, li reggo sulle spalle, come bagaglio, sempre a spasso come souvenir, oggetti dal passato, mai più dimenticati nella coscienza che spesso trascuriamo e crediamo una discarica.

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