Novelle

Dove mettere la ICS, quando andremo a votare.

Il destino è crudele a volte, perché quando meno te lo aspetti, chiede senza preavviso di mettere ordine nella vita. Così vago nell’incertezza più assoluta, dal momento che abitualmente riesco a tenermi in equilibrio senza difficoltà lungo il confine della placida incertezza. I piani stabili mi fanno tremare le gambe: ansia, timore, assenza di soluzioni, limitatezza congenita delle cose dinanzi a realtà che non chiedono altro se non di esser vissute passivamente. Insomma il tripudio della monotonia all’ennesima potenza. Infatti, seppur insofferenti, dopo qualche tempo le situazioni permanenti destabilizzano, son capaci di erodere la sfera dell’intelletto dedita alla fantasia, all’improvvisazione, all’immaginazione fine a se stessa. Per quanto costituiti di carne e ossa, le cellule che vivono e si rigenerano sotto questo vestito umano, non possono fare a meno di questa essenza aleatoria.

Per ritrovare una certa quiete dell’anima, di tanto in tanto mi pianto dinanzi alla mia parete attrezzata: ho bisogno di una sorta di mappa per individuare le zone certe e quelle nuove, angoli nascosti e il solito cassetto di cartacce e materiale che tiro fuori solo in determinate occasioni. Ritrovo un po’ me stesso su questi scaffali, parte della mia vita, insomma. Ordinate secondo un gusto prettamente casuale, giacciono le mie letture: pagine che sudano ancora di lunghi pomeriggi spesi a divorare parole, capoversi e capitoli. La mia collezione di romanzi è una comitiva di amici che ahimè, cresceva di mese in mese, ognuno con la sua storia, ognuno col suo carattere particolare. Arricchivo la solitudine di spazi vuoti sulle mensole almeno una volta al mese: nuovi acquisti, nuovi romanzi. Altre storie. Affianco ad essi giace un quadrante, un cubo incassato tra gli scaffali. In essi custodisco i giochi per la wii. Di sopra, un altro cubo con audio cassette e cd rom con la mia musica di sempre. Nella mensola più bassa dormono i dvd: film visti e rivisti, collane e raccolte con le commedie di Edoardo De Filippo, Dario Fo e Vincenzo Salemme. Mi gratto la testa e sorrido ingoiando saliva e malinconia. Sono passati alcuni anni, ed ora che peregrino davanti all’urna del mio tempo libero, scopro con amarezza il passato, disgusto il presente, rifiuto il futuro che non ha ancora proferito parola, poiché nato con l’handicap del mutismo. Per sfizio accendo la tv, cerco un canale degno di questo nome e vedo un cavaliere in cerca di consensi, poi una mummia che s’è destata dal sonno di un’epoca lontana, un rivoluzionario che urla, infine un pacifista che sibila con un filo di voce, illustrando un cambiamento del quale non si comprende il senso.

Accidenti, le votazioni! Ecco cosa stava cercando di dirmi il destino: devi votare, cittadino!

Per un attimo mi siedo e realizzo che, santa miseria, dovrò decidermi al più presto verso quale corrente, partito, figura carismatica, donare il mio voto. Poi scosto lo sguardo un secondo e la mia parete attrezzata disturba questi pensieri: luccicano le copertine dei dvd, i miei giochi sgocciolano un po’ di polvere, esalano brevi ma intesi odori le pagine incastrate tra le copertine. E vengo rapito del tutto: ogni cosa sembra piangere su questi scaffali. La voce del cronista presenta un politico, poi un altro e un altro ancora. Tra le figure in doppio petto e libreria eseguo uno scambio rapido, un set veloce che chiude con un dritto che scivola oltre le intenzioni, oltre le volontà, oltre tutto ciò che poteva rappresentarmi fino a qualche anno fa ed ora invece mi tiene prigioniero.

Parlo della libertà di credere ancora in qualcosa: sono così assuefatto all’idea di crisi, che vivo ogni santo giorno con il capo chino a guardare le scarpe, i passi, quanti ne compio e soprattutto se la strada lo permette; sono così ubriaco di mediocrità, che stento a credere di poter uscire e sentirmi libero di di desiderare qualcosa; sono così vigliaccamente abituato a pensare a metà, che stento a guardare un calendario che vada oltre il mese, anzi spero di arrivarci. Non è la crisi che mi spaventa: ma io che ci sono dentro e non faccio nulla per evadere. Non mi sento libero di acquistare cinque, sei libri tutt’insieme perché sicuramente ci sarà qualche altra stangata a cui metter le pezze; non mi sento libero di proseguire una collana settimanale sul teatro, perché non sono certo di poter arrivare alla fine; non sono tanto onesto da ammettere che ora mi sento dannatamente schiavo del denaro e dei conti che speravo di non dover fare mai. E questi vengono a presentarci nuovi programmi, nuove leggi?! Inseriamo l’IMU; adesso lo togliamo; pensiamo ai giovani; dimentichiamoci dei pensionati; abbattiamo i privilegi; ma paghiamo fior di soldi per la spesa pubblica; facciamo cadere il governo per inserirne uno tecnico; abituiamoci agli standard europei; facciamo ricadere il governo anche se tecnico e che è stato messo su dal governo che era caduto precedentemente?!!

Non siamo le puttane di nessuno, cari politici e se stavolta siete tornati per proporci altre soluzioni alla crisi, sappiate che nessuno ve le chiede davvero, perché siamo coscienti che non siete in grado di gestire la cosa pubblica quanto non siete in grado di gestire i vostri affari privati: gli avvisi di garanzia, i processi nei quali siete invischiati, parlano più di quanto possiate immaginare, dunque perché dovremmo credervi?

Chiuso ora il monologo sui luoghi comune, ecco quale sarà il mio voto. Stavolta voto per me. Una ICS sulla mia libertà di espressione e desiderio; una ICS sul disordine ordinato che ha sempre regolato la mia vita; una ICS su quelli che sono i miei standard, perché i vostri fanno cilecca. Voto così il silenzio delle vostre proposte. Una ics su ciascuno di voi con dedica speciale: voglio vedere la stessa espressione degli italiani delusi, imbarazzati, preoccupati, disonorati, derisi e mortificati sui vostri volti. Voglio vedervi tristi, per una volta, così come triste ci avete reso la vita: potevate fare di più e avete scelto di non farlo, perché a certe altezze le vertigini regalano emozioni. E’ da quaggiù purtroppo che avvertiamo la puzza e voi, belle facce di cera, non avete nemmeno idea di cosa sia fatta questa sostanza abominevole. Vestite i nostri panni, indossate le nostre scarpe, pagate le nostre tasse, bagnate i vostri occhi delle stesse lacrime di coloro che hanno dovuto accettare la scelta di un suicida disperato, e vediamo se siete capaci di aver tempo per discussioni sterili e combine di partito, alleanze utili a dissacrare l’onore di chi maledettamente sarà pur costretto a votarvi. Questo è il mio voto. Quando la vostra ICS, politici coinciderà con la mia, con quella degli italiani, allora potremo scrivere un nuovo capitolo fatto di tutte le altre lettere dell’alfabeto.

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