Novelle

Io e il Compilatore.

Quel che mi aspettavo dall’incontro con il Compilatore, era niente più che una chiacchierata. Ci siamo dati appuntamento nel suo ufficio per le dieci in punto. Il Magazine per il quale lavoravo saltuariamente (e per fortuna, non più), nella persona del dottor Mentore, mi aveva chiesto un’esclusiva che avesse come tema: Novità della Comunicazione. Argomento ostico per quanto vago.

Ho contattato la segretaria del Compilatore e dopo ben sedici interminabili stacchi dell’Inno alla gioia di Beethoven avevo perso ogni forma di speranza. Pensavo in quel frangente che stessi letteralmente impazzendo supponendo che il vero senso dell’Inno alla gioia fosse nell’evitare di ascoltarlo. Niente Inno, uguale: gioia infinita. Sono un precursore delle contraddizioni, perciò se qualcuno tenta di imboccarmi istruzioni per via orale come i bambini, io le rigetto per via anale. Punto.

"Buongiorno, chiamo dal Magazine ‘Il Magazine‘, avrei necessità di incontrare il Compilatore per un’intervista. So che il Dottore è molto impegnato, perciò se volesse fissarmi un appuntamento a lunga scadenza, tre, quattro, cinque anni, gliene sarei grato!".

Tentai la carta dell’idiozia. E funzionò.

"Guardi, proprio ieri, in tarda serata,  abbiamo saputo di un suo collega che si è impiccato poco prima di incontrare il Dottore: forse la sua reputazione e le voci che girano nei vostri ambienti l’hanno impressionato, e dal momento che Sua Eccellenza ha una mattina libera da sprecare, sarebbe gradita la sua presenza tra circa un’ora. Alle dieci in punto. Il Dottore avrà piacere di incontrarla dopo la tragica fine del suo collega".

"Perfetto. Immagini che sono tutto un brivido e non ho corde a disposizione. Quindi non avrò impedimenti di sorta e sarò puntuale come mi ha chiesto".

Tututututututututututututututu. Ho messo giù per timore che mi rimettesse in attesa per comunicare l’appuntamento a qualche subsegretario. Non avrei retto un altro Inno alla gioia.

L’incontro col Dottor Eccellenza Compilatore durò un quarto d’ora. L’ho liquidai senza prendere un solo appunto.

"Salve Compilatore. La mia prima curiosità ha a che fare col suo nome. Perché Compilatore, che cosa è un Compilatore?".

Il panciotto del Compilatore sussultò. Vidi un bottone tremare: era lì lì per saltar via, ma la mano decisa del Padrone lo sganciò dalla morsa dell’asola.

"Un po’ di respiro" – pensai istintivamente. Invece quel gran figlio di Compilatore, lo prese tra le dita e con uno strappo secco, gli tolse la vita. Un bottone senza asola e senza filo. Un’esistenza priva di funzionamento. Il bottone non funzionava più.

"Carlotta!" – urlò nel microfono sulla scrivania.

La porta si spalancò sul punto esclamativo – non aveva nemmeno terminato il fiato che il nome "Carlotta" poteva contenere – e quella piombò nell’ufficio.

"Questo bottone è fragile. La prossima volta le stacco il collo come ho fatto con questo!" e mostrò il cadavere del bottone, agitandolo in alto.

"Ma Dottore, è solo un bottone!" – mi intromisi con prepotenza.

Quello mi guardò e scatto su tutte le furie.

"Giovanotto! E’ qui per farmi domande o per insegnarmi la Vita?".

Detta così, ci restai male. Attesi che Carlotta raccogliesse il bottone dalle mani del Dottore Sua Eccellenza, e mi sollevai. Eravamo l’uno di fronte all’altro, petto contro petto, muso contro muso. Insomma, avete capito.

"Egregio Compilatore, attendo dunque una risposta alla mia domanda, altrimenti sarò costretto a scrivere che Sua Eccellenza il Dottore Compilatore, non solo è un personaggio di dubbia rettitudine mentale, ma somiglia a uno di quei piagnoni adolescenti viziati dalla mamma  e coccolati dalla zie zitellone che non hanno mai visto un pezzo di pene nemmeno sui cessi pubblici della scuola elementare, dal momento che frequentavano un istituto governato da suore,  imparentate con le stesse".

Il Compilatore scoppiò a ridere. Ma tanto. Non la finiva più. Diverse volte dovette reggere il peso dei suoi chili che si accasciavano barcollando sulla scrivania. Ebbi davvero paura.

"Lei, giovanotto è divertente, sa! Ha sbagliato mestiere. Dovrebbe fare il Recensore!".

E qui, smise di ridere. Si fece serio e scuro in volto. Gli occhi divennero grandi quanto i bottoni del panciotto, al punto che pensai di staccarglieli con uno squarcio secco, visto che questa mania era di suo gradimento.

"Io sono il Compilatore. Se una mattina mi sveglio triste e decido che la Vita è un bottone da staccare, tutti penseranno che sarà giusto dare strappi a ciò che non funziona; se mi sveglio allegro e considero l’ipotesi di andarmene nudo per la città, tutti crederanno che sarà cosa buona e giusta mostrarsi per quel che Natura ci ha offerto. Io decido il senso delle cose, il valore, il significato. Io regolo il respiro e le preoccupazioni di ogni cittadino affinché questa Terra che calpestiamo, diventi il luogo adatto per coloro che riescono a reggersi. Nessuna opera, nessuna realtà avrà mai un significato molle, tiepido, finché sarò io a compilare il senso delle cose".

"… e quelli che ondeggiano? Quelli che si dimenano, cadono, inciampano, si trascinano?! Dove andranno a cercare un senso per risollevarsi, Dottor Compilatore?!".

Dissi questo e piansi. Lacrimavo di rabbia.

"Cosa la turba, giovanotto? Non accetta forse i canoni di una società che calpesta delicatezze e fragranze impercettibili? In questa Vita occorre decisione, determinazione. A tutti i costi. Tutti. Per questo mi avete voluto: avete chiesto di me, che determinassi i valori di reggenza. Sono così richiesto da essere nelle teste di ciascuno di voi. Sono l’idea che potrà rendervi vincenti".

Smisi di piangere.

"Dottore, un’ultima domanda. Lei non sorride mai?".

"Io sono felice così!".

"La felicità è di momenti. Il sorriso di istanti. Sa qual’è la differenza? La prima è passeggera, il sorriso invece aiuta dopo. Aiuta coloro che ondeggiano, coloro che si dimenano e cadono, coloro che inciampano e si trascinano. Il senso del sorriso è sempre dopo, ha in sé qualche briciola di eterno. E l’eterno resta, oltre i sensi, il valore e il significato delle cose. Siamo tanto eterni, quanto più sorridiamo. Questa è la disciplina che insegnerò ai miei figli. Non la sua, non quella che vuole farci credere. E forse sarà il cambiamento, un nuovo senso per goderci a Vita".

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