Novelle

Da che parte stai?

«Da che parte stai?»

L’ansia e l’attesa si facevano fitte come nebbia.

Tentai di prender fiato ma, una botta alla nuca violò i sensi.

Rimasi intontito per circa due ore steso lungo l’asfalto, finché un ragazzino giunto a raccogliere il suo pallone che era rotolato sino alle mie suole, mi vide e si mise a ridere.

«Non hai un letto dove dormire?»

«Credo di sì, ma sono troppo stanco per arrivarci»

«Allora svegliati. Ti sporcherai tutto e la tua mamma ti picchierà e ti metterà in castigo»

Non pareva un ragazzino intelligente, ma i suoi occhi raccontavano più degli anni che mostrava.

«Quando tornerai a casa?» gli domandai.

«Appena sarò sicuro di poterci tornare»

«Cos’ hai da aspettare, allora?»

«Che qualcuno la smetta di far domande stupide e decida di ricordarsi di me»

Adesso sembrava un vecchio di novant’anni.

Mi tirai su e mi poggiai sui gomiti; il viso grondava lacrime di sangue, piccole gocce ma spesse e intense. Cristalli. Il piccolo si accasciò sulle ginocchia e mi sfiorò il volto con l’indice fagotto.

«Ti fa male?»

«Un po’»

«E se non ti tocco, ti fa male?»

«Può essere»

«E se non te lo chiedevo per niente?!»

Ora sentivo la voce di mio padre.

«Dove hai imparato queste cose?» gli dissi ridendo.

Si sollevò e diede una manata al pallone, come uno schiaffo.

«Con questo!»

Mi sollevai anch’io e spazzolandomi le gambe, continuai.

«Un pallone ti ha insegnato queste cose!?»

Ma non stava ad ascoltarmi. Aveva già ripreso la sua strada, portandosi avanti a suon di calci quel ‘maestro’ di cuoio.

«Un pallone è sempre un’ottima scusa per star lontano dai guai. A furia di starci a giocare, finisce che impari a riconoscere le persone che sentono la tua mancanza»

Questa era la mia voce. Inconfondibile.

«Non mi hai ancora detto cos’hai da aspettare, prima di tornare a casa … »

«Te l’ho appena detto. Quando qualcuno verrà a cercarmi, quando sentiranno la mia mancanza, tornerò a casa»

«Da che parte stai?»

L’ansia e l’attesa si facevano fitte come nebbia.

Tentai di prender fiato ma, una botta alla nuca violò i sensi.

La bottiglia di vodka sulla mensola perse equilibrio per via del vicino che dimenava il bacino contro quella puttana che non faceva altro che piangere. A lui piaceva così e a lei stava bene. In tante occasioni avevo chiesto la cortesia di evitare schiamazzi e rumori di siffatta natura ma ogni volta quell’uomo, sempre più simile a una bestia, nemmeno stava a guardarmi. Non mi ascoltava.

«Da che parte vuoi che stia, bellezza?! Da tutte le parte dove meglio ti farò godere!».

Queste le uniche parole che riuscii a ricordare prima di svenire.

Tuttavia, non riuscivo a ricordare una sola volta in cui quella bestia, chiamava per nome il piccolo Giuseppe, il figlio avuto dalla prima moglie, adottato dalla strada e cresciuto dalle attenzioni e cure delle mamme del quartiere.

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