Novelle

Foto e punesse.

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(Fonte, Google Immagi/www.toylet.it)

 

Penelope stava ritta sulla sedia, nell’attesa che il papà dall’altra parte schiacciasse il pulsante per la foto. Le erano accanto i nonni, due da una parte e due dall’altra, un po’ stretti, tanto che parevano accomunati da un abbraccio lungo quattro spalle e mezzo. Penelope sorrideva: gli occhietti come brillanti affondavano nell’obiettivo, perché sin da subito aveva compreso il valore della sana vanità. La sua amichetta Ilaria le aveva mostrato le foto scattate al suo ultimo compleanno, vantandosi per la posa perfetta e quei capelli che, a suo dire, sembravano emanare profumo di balsamo. Ilaria era una buona amichetta, tuttavia Penelope non la stava ad ascoltare perché troppo prodiga di consigli e troppo invadente.

Ora, stretta tra i nonni, avvertiva un certo disagio. Non le mancava il fiato, piuttosto era impaziente: per quanto adorasse esser fotografata, dall’altra parte sperava che quel momento si concludesse al più presto. Sarà stato per Matteo, il suo fidanzatino schivo ai bacini, o il suo modo di chiudere i giochi con “non ne ho più voglia”, ma di certo lui, le aveva insegnato una cosa importante da conservare e ricordare sempre, al contrario di Ilaria che continuava a dirle "Ti voglio un mondo di bene" senza evitare di pestarle i piedi.

Tieni da parte un numero uguale di punesse, vedrai che in futuro ti serviranno”.

Matteo lo ripeteva spesso.

Il giorno precedente aveva invitato Matteo al suo compleanno.

"Ci vieni alla mia festa?" gli aveva detto prendendogli la manina.

"Ci verrei, ma ho paura delle torte".

"Perché, ti fanno male?".

"No, ma l’ultima volta che ero di fronte a una torta, è stata l’ultima volta che ho fatto una foto con i miei genitori".

"Non capisco, i tuoi genitori non sono mica morti! Che vuoi dire?".

"Hai presente quando un adulto scatta una foto?".

"Sì, mio papà me ne fa tante".

"Hai presente quando dopo aver schiacciato il bottone, alza la mano in alto e dice ‘fermi, fermi, ne facciamo un’altra’?!”.

Penelope aveva sorriso, ricordando l’ultima volta che il suo papà aveva ripetuto esattamente quelle parole.

“Beh, quello è il segnale che stai diventando grande anche tu … “.

“Fermi, fermi tutti! Ne facciamo un’altra, dai …”.

Penelope ora piangeva. Sperava quel momento non fosse arrivato così presto, invece doveva prender coscienza e ritenersi a tutti gli effetti, una bambina grande.

A soli cinque anni.

Il suo pianto adesso diventava sempre più copioso: scese dalla sedia e corse ad abbracciare il papà, tenendo la mamma per un lembo della gonna.

“Aspettate, aspettate … adesso devo darvi una cosa”.

I due adulti tentarono di sedarla ma lei fuggì nella sua stanzetta. Tornò con due scatole di punesse.

Increduli e senza parole, i genitori le sorrisero appena.

“Matteo dice che ora sono grande. Tenete, queste sono per voi”.

“Penelope cosa dici? Che ci dobbiamo fare con queste puntine da disegno?!”. La mamma tentò di abbracciarla, ma la piccola la evitò.

“So che tra un po’ andrete a vivere ognuno per conto vostro; so che avete aspettato il mio compleanno perché ora sono grande e posso capire queste cose degli adulti; so che adesso dovrò dividermi in due case, in due stanzette, in due cucine, perché gli adulti sono egoisti e dopo un po’ vanno a vivere per conto loro, non vogliono più stare insieme, non vogliono cenare in un’unica cucina e non vogliono passare le vacanze al mare come una volta. A Natale però ci rivedremo con i nonni per fare le foto e scambiarci i regali. Per questo vi do, queste punesse: così potrete appiccicare le foto che faremo da ora in poi, ognuno nella vostra stanza, sulla vostra parete, perché ora che sono grande abbastanza, posso capire che voi adulti avete bisogno dei vostri spazi, della vostra tv, del vostro computer e dei segreti che nessuno deve sapere. Avrete una parete di sughero dove appiccicare le nuove foto, non è vero? Per questo tu, papà, hai detto ‘fermi, ne facciamo un’altra”, perché ciascuno di voi possa avere lo stesso ricordo. In stanze diverse. Che senso ha, aver creato tanti ricordi, se poi dobbiamo dividerli in stanze diverse? Non è come stracciare pezzi della stessa fotografia?”.

Il silenzio scese e gli animi respirarono malinconia. Chissà perché la mamma, aveva compreso che quelle, erano parole di Matteo, l’amichetto del cuore di Penelope.

“Siamo una famiglia fortunata, Penelope e d’ora in poi a scattare le foto, saranno le nostre mani insieme: tre mani per uno scatto, d’accordo?!”.

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