Novelle

La rivolta degli indici

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Non mi nascondo dietro un dito, piuttosto provo a farne un uso discreto. 

C’è chi invece se lo ficca nel naso, chi in bocca, qualcun altro preferisce strofinarselo tra le mani e forse anche tra le chiappe. 
Quel che vien facile, tuttavia è tenderlo verso il petto o la faccia: è un esercizio così semplice che quasi vien naturale.

Puntare il dito è di quelle attività che nel corso della giornata riscuote maggior successo.
Consensi, perché dietro il tuo, ne seguiranno altri.
E’ l’asse attraverso il quale si librano le energie negative che altrimenti resterebbero ingabbiate tra le pieghe di una pelle mai paga, confusa tra le inezie e i turpiloqui di chi si assoggetta a modelli. 
Immaginiamo se una mattina ci alzassimo con un dito in meno. L’indice per esempio.
Fate una prova ad immaginare cosa sarebbe: uno spazio vuoto, una voragine che dilanierebbe il nostro ego.
Compiere un lavoro su se stessi è arte povera, ma pregiata.
Distruggere l’arte povera altrui, elimina la concorrenza.
Aumenta l’autostima. Cosa me ne posso fare di un ego redento dal male ricacciato sulle inadempienze altrui?
Trovo invece di maggior successo (se è questa l’ambizione) mostrare compassione e tendere una mano, magari anche un solo dito, come aggancio.
In realtà, dietro l’indice puntato, non vi è altro che l’esigenza e la richiesta di copertura: ci proteggiamo dietro quella mano tesa, che a sua volta è retta da un braccio, dietro il quale si cela la nostra meschinità. Spesso puntiamo l’indice all’altezza degli occhi, come schermo, protezione o, peggio ancora, rivolgiamo l’indice dell’accusa all’indirizzo del petto, dietro il quale, c’è sempre un cuore.
Non ho mai visto puntare il dito per amore.
Forse perché per amare, serve la collaborazione di una mano, magari due. Qualcosa in più, insomma.
E’ anche vero però, che se rivolgessimo l’indice contro noi stessi, dovremmo compiere una torsione fastidiosa. 
E per petti spavaldi è esercizio impossibile.

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