Novelle

Come quella volta del black out.

Ho avuto paura come quella volta del black out, quando l’intero paese fu sommerso dal buio in pieno giorno: l’impotenza di attivare una seppur minima speranza di luce, mandò in tilt un po’ tutte le mie facoltà cognitive. Non sapevo più nulla. Non vi era cavo, lampadina, presa di corrente che potesse esser animata in qualche modo: tutto era morto in un giorno pieno di sole. Così ne approfittai per metter ordine nello scantinato: accesi una candela e scesi giù nelle viscere del mio appartamento. Un viaggio così ‘macabro’ che mi portò ad interrogarmi su diverse questioni, una fra tutte, perché avevo scelto quel giorno di speciale buio per ordinare le mie cose. Tuttavia andai oltre, procedendo con attenzione lungo quella rampa di scale che mi conduceva sempre più in basso. La fiamma debole e gialla chiese protezione, così la riparai col palmo della mano, con l’altra invece proteggevo il mio equilibrio su quei scalini stretti e bassi.
Spalancai la porta e tremai: dove ero stato per tanti anni? Non pareva nemmeno roba mia!
In un giorno di sole così, scendere in un tugurio pare arte dei folli, nonostante tutto avvertivo la necessità di affrontare una volta per tutte quella stanza dei ricordi, in cui un po’ a casaccio, avevo accantonato pezzi uno sull’altro.
Ogni oggetto parlava e nel contempo sbuffava cacciando di tanto in tanto, nuvole di polvere. Posi la candela su di una panca e per prima cosa cercai altre candele per avere una visuale più ampia rispetto a quella che mi si prospettava. Inutile dire che le trovai in fondo ad una scatola sommersa da cianfrusaglie che parevano aver perso la loro forma originale. Sistemata la faccenda ‘candele’, mi misi subito al lavoro, poco per volta, un oggetto dietro l’altro, senza fretta.

Ho avuto paura come quella volta del black out perché ho pensato che fosse la fine, la volta buona in cui avrei forse spento qualsiasi speranza di star bene con me stesso in un giorno senza luce. In realtà non riuscivo a convivere con ciò che nascondevo in basso, perché finivo sempre per ammucchiare pezzi lì dove i miei occhi non li avrebbero incontrati, i pezzi di una vita mai ordinati, una parte di me insomma sommersa da un cumulo di polvere. Ogni scusa è buona per scendere nelle viscere dei nostri appartamenti ma la vera accezione del ricordo non è paura, piuttosto storia o qualcosa del genere: provoca ripercussioni, sensazioni, anche batticuori, ma se son posti nel basso, nelle stanze in cui non vivi abitualmente la vera vita, un motivo ci deve pur essere. Nella sostanza ho conosciuto e scoperto, a lume di candela, cosa tenere in alto (nel mio appartamento) e cosa in basso, nel substrato del mio alloggio esistenziale.
Ora che tutto è in ordine, posso scendere in cantina senza timori, senza avvertire quegli scossoni ‘macabri’ che viaggio non sono ma solo ripercussioni, perché chi sceglie di vivere in pace con se stesso sa approfondire e non oscurare quelle che sono le stanze in alto.

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