Letture

“Svuota la mente, idiota!”

Svuota la mente, idiota!

Più lo ripeto e più i neuroni accelerano la fuga. Qualcosa però ostruisce la scappatoia.

«Non si faccia illusioni, era solo una sognatrice».

Recido l’ultimo lembo e, con rispetto, sfilo via questo straccio.

«Scusa!» dico.

Lo dico spesso. È un sentimento di mortificazione, quello che m’invade, perché tocca a me, un estraneo, vedere per l’ultima volta, il corpo per intero e nudo. Dopo di me, verranno ossa e polvere.

Assistere allo spettacolo della vita, non mi ha mai interessato. Programmi inutili.

Stupirmi di quanta vita manchi nella morte, vale il prezzo di un’esistenza.

Coi panni umidi smuovo le macchie superficiali, ma è evidente che non basta, è solo una sciacquata sulla pelle, una passata che fa sorridere. Occorre il disinfettante e del buon sapone.

Ne verso una quantità pari a un cicchetto e comincio a strofinare con forza. La tentazione di chiedere ancora scusa è forte, ma non posso farci niente, mi sfugge tra le labbra secche.

«Svuota la mente tu! E a te … scusa!»

Niente distrazioni o pensieri. Solo lavoro.

Passo oltre il viso e accolgo tra le mie, le sue mani. Il candore mi scuote, senza entusiasmo però.

È solo lavoro.

È tempo delle garze. Ora che il grosso è stato scrostato, chiudo nel sacco nero gli asciugamani sporchi e umidi: è un’opera di bonifica, dunque, massima cura ai particolari.

Non c’è fretta. Mi fermo qualche istante per fare il punto della situazione. Son passati quaranta minuti e ogni cosa è al suo posto. Riposa beata e pulita, disinfettata e dignitosa, la cara salma.

Ha una bella forma. Adesso la osservo per bene.

Simile a una fanciulla addormentata, il viso è contratto nell’ultima smorfia.

Non faccio domande, ma soprattutto, non me ne pongo.

Avrà vent’anni al massimo.

Per distendere la stanchezza in sfoglie di sospiri, accendo una sigaretta. Chiudo la porta e mi affaccio alla finestra. Di qui, i campi, sembrano un oceano in tempesta, dove spume brune riflettono l’odore del cielo, delle nubi e del grigio degli astri. Il sole piomba al centro di essi tra solchi ben definiti, tanto che sembra esso l’artefice di tale architettura. Soffia un vento timido ma intenso, gemello di atmosfere, eco di movimenti tra le alte rare nubi.

È tutto così in armonia, ma questo, la dolce fanciulla posata alle mie spalle, non può vederlo.

Dorme e, nuda, riposa. Lontana da malelingue. Perché queste stanno correndo per le vie dei quartieri.

Una ragazza in meno e due vite spezzate. Tutto ciò, la gente, non riesce a comprenderlo.

È solo diceria.

Ignoro le cause, le allontano. Ignoro se mai le autorità, debbano saper qualcosa. Ignoro le loro coscienze.

Io, vesto morti.

Non spoglio i vivi.
(tratto da “L’abito non fa il morto”)

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