Letture

“Se questo è un lupo”, i cattivi dove sono?!

 

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L’ho letto piano, in silenzio, senza lasciarmi trasportare dagli eventi, senza che Maria turbasse o scandalizzasse il buon senso della mia coscienza. L’ho spulciato con distacco perché volevo essere giudice di una ragazzina, perché forse siamo bravi a puntare il dito e vien fin troppo facile…
Perché in fondo, è quello che vogliamo: avere occhi che guardano dall’alto in basso, strutturati e altezzosi, coperti e protetti da un’immensa e sproporzionata mano che continua a puntare l’indice.
Ho toccato, senza volerlo, le terre della Brianza; ho udito il vociare di massaie che da nord a sud, usano gli stessi costumi per calunniare anche se con accenti diversi; ho attraversato strade calpestate da buonismo e perbenismo, mentre nelle case, famiglie imbrattano il focolare domestico tingendo di colori freddi i rapporti di coppia.
E poi sono entrato in casa di Maria Anselma Scaccabarozzi, ho mosso i miei passi nella sua vita, nella sua adolescenza.
Non è semplice guardare con occhi adulti le evoluzioni di una ragazzina, sfogliare le sue giornate, la descrizione di una quotidianità nella quale parte automatico un “Ma devi ancora crescere…” , triste sintomo di superficialità: la verità è che, pagina dopo pagina, le mie riflessioni puntavano i piedi su un pensiero costante…
Come è possibile crescere e maturare, tentando di fare slalom rischiosi tra esempi negativi e reali esigenze adolescenziali?
Ma devi ancora crescere…” è solo una giustificazione che noi adulti versiamo negli occhi di ragazzini che stentano a restare in piedi perché fragili, perché essi camminano su strade che i grandi hanno apparecchiato prima di loro, trovandosi così a digerire pietanze non proprio saporite.
A volte, nel linguaggio duro e diretto, ho pensato a Maria come ad una prigioniera. L’ho letta così, me la sono immaginata ‘vittima’ di situazioni nella quali occorreva mostrare i denti, graffiare con naturalezza la pelle callosa di coloro che mascheravano gli insegnamenti e istruzioni per l’uso, con le proprie scuse, le proprie debolezze. Ho udito il pianto silenzioso e singhiozzato di una ragazzina che in fondo, pareva chiedere perdono al mondo di esser nata.
Proprio come nei peggiori incubi.
Con occhi reali ho letto, con occhi di coscienza ho chiesto perdono anch’io…
… per tutte quelle volte in cui ho raccontato favole;
per quelle volte in cui ho creduto che alzare la voce fosse espressione di un mondo adulto che in realtà non educa, ma zittisce voce bianche e impressionate;
per tutte quelle volte in cui ho continuato a guardare con sguardo severo due giovani pupille che non chiedevano altro se non di essere ascoltate.
Hai giocato con una favola, Alessia… e mi son fatto piccino. Hai parlato con le immagini di una bambina ma con parole di adulti, perché se queste cattive espressioni son venute fuori, di certo Cappuccetto Rosso non le hai imparate in una favola, ma in questa vita, grazie al racconto di novelle quotidiane in cui c’è sempre da imparare…
Penso a questo libro come ad favola destinata agli adulti, perché una volta tanto siedano per terra a gambe incrociate e si accomodino all’altezza degli occhi, quelli dei loro figli, senza millantare insegnamenti o giudizi… ne è passato di tempo dalla loro prima favola e forse qualcosa è cambiato, forse è tempo di ascoltare quali fiabe circolano tra i ragazzini, in quale bosco nascondono desideri, perché quel che davvero non è chiaro sono gli intenti: spaventare non giustifica insegnamenti; far credere e aiutare ad affrontare il lupo cattivo, vale molto più di uno scontatissimo lieto fine.

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