Novelle

Il fioraio

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Lo zelo col quale il fioraio roteava l’asticella palmata, aveva del sacro.

L’avresti potuto chiamare cucchiaino, ma sarebbe parso un luogo comune.

Invece lui, il fioraio, creava forme d’aria e voluttuosi spasmi di crema al caffè. E quella non sembrava nemmeno una tazzina.

Infine, non sazio d’incanto, intingeva la punta del naso nel palmo dell’arnese. E inspirava.

Tirava su come in preda a un raptus.

Avresti potuto chiamarlo pazzo, ma era semplicemente un fioraio.

Poi chinava il capo come una danzatrice, in espressioni di gentile incanto e lievi sorrisi.

Non l’avresti definita nemmeno una semplice colazione, piuttosto un’intensa relazione carnale con preludio, intermezzo e peccato finale.

Il fioraio era così.

Un artista comune catapultato dal niente, in un presente dove semi di azalee e chicchi d’orati sparsi, non erano mai un’ottima creazione, ma un semplice intrattenimento per la sopravvivenza.

Ne aveva di scuse da mostrare, ma preferiva tacere.

S’incollava al bavero del cliente e ci strofinava sopra le larghe narici. Immobilizzando la vittima, sfilava quel capello di troppo, adagiato sulla manica, e percorreva tutto d’un fiato la strada, fin giù al polso.

“Peonia. Sei uno da peonia”. – e non aggiungeva altro.

La naturalezza con la quale dispensava verdetti, somigliava spesso all’estasi: un rapimento di sensi, grazie al quale entrava in sintonia col suo interlocutore.

E annusava. Sempre.

Non vi erano buone fragranze, né pessimi odori: vi era l’humus, e quello bastava per disinibire formule chimiche e addensamenti cellulari, singolari. Ogni individuo ne indossava uno, lo vestiva propriamente, e al fioraio occorrevano pochi secondi per capire di che pasta eri fatto.

(da Metà carne, metà ricordo – Artemuse Editrice)

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