Novelle

Il ‘cesso’ e la montagna.

vertigini1

Persino l’ombra che si piegava sui marciapiedi era più attraente di lui: le pedalate di Valerio disegnavano col sole una proiezione migliore della sua stessa sagoma. I capelli corti nascondevano la calvizie difforme, la barba incolta suggeriva un tono austero, la t-shirt abbandonata sui fianchi nascondeva il peccato di chi non ha gola, ma combatte con lo stomaco più che col cuore, le amarezze della vita. Se avesse potuto, avrebbe chiesto perdono per quel biglietto da visita bruttino a vedersi, ma la sua figura, il suo volto, la persona che vestiva ogni santa mattina, non offrivano un motivo valido per tenersi buoni i vicini senza che esclamassero: “Mamma, che cesso!”.
Valerio era un cesso di bellezza. Madre natura aveva dimenticato i canoni di un viso presentabile nella cassetta degli attrezzi, aveva smarrito la chiave e la fantasia proprio il giorno in cui venne alla luce. Tuttavia non le mancò di offrirgli coerenza: Valerio era un cesso anche da neonato, nel passeggino, all’asilo, alle elementari, in tutto il percorso scolastico e infine, anche il giorno della sua laurea in Agraria, nonostante il bell’abito su misura che si fece preparare con i risparmi di una vita. Valerio non era ricco, ma risparmiava, in un certo senso: accantonava denaro per l’occasione speciale, perché era certo che sarebbe giunto prima o poi il suo giorno fortunato.
Un giorno o l’altro, una ragazza dagli occhi profondi si accorgerà di me, la inviterò a cena e passeremo la notte in cima ad una montagna, in un rifugio con un grande camino e una stanza riscaldata da candele rosse e petali di stella alpina”.
La buona volontà non mancava, l’intraprendenza neanche ma da un giorno all’altro Valerio iniziò a viaggiare con pezzi di carne addosso, tagli sulla pelle e sulla stima, accentando così la mortificazione come unica compagna sincera. Persino gli amici scherzosamente lo incitavano dicendo: “Oh, fa’ conto che nella vita ciò che conta sono i soldi, e tu, per quanti ne hai messi da parte, puoi permetterti qualsiasi figa nonostante il cesso che sei! Fossi fortunato come te, Vale!”.
La fortuna parla diverse lingue, ma quella di Valerio si esprimeva a gesti.
Muta. Ci sarebbe voluta una cecità generalizzata per offrire a Valerio il senso di una possibilità. Chiedeva una possibilità, una sola: sarebbe stato più semplice togliere il disturbo e riprovarci in un’altra vita.
Così Valerio pedalava, sempre di corsa, sempre sfiorando il contatto e la parola, per timore che l’ennesimo apprezzamento sulla sua bistrattata bellezza, smontasse i pedali giacché non vi era un pezzo sano che riuscisse a tenerlo in piedi per tanto tempo.
Alla fine Valerio crollò. Scese dalla sua bici e si diresse con piedi pesanti verso quella che era la sua vera amica sincera: la montagna. Si accasciò al suolo e pianse. Incollò col dito per aria, un contorno immaginario alle vette che gli riempivano gli occhi e la mente: quanta bellezza racchiusa in stupide rocce! Proprio come lui. Forse era lì che avrebbe dovuto cercare, nei pressi di un rifugio, vicino ai suoi sogni, lontano dalle fogne che continuavano a veder cessi ambulanti. In fondo, negli occhi dei suoi simili non riusciva a vedere tanta bellezza: solo cessi, impianti incollati al pavimento nel quale riversare il peggio che lo stomaco generava.
Adesso per esempio, il suo stomaco gioiva, se ne andava a spasso col cuore incontrandosi negli occhi: quel che aveva di fronte era bellezza.
Tornò tra la gente, tra i suoi amici, senza bicicletta. A piedi, così, riusciva a sfiorarli, ma giusto quel che bastava. Si era fatto montagna. Adesso Valerio guardava tutti dall’alto in basso. Ed era veramente bello.

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