Letture

Il moderno e le voci vecchie.

L’anno in cui la bara bianca del piccolo Hektor fu seppellita nel cimitero comunale, in Italia si lottava contro la vita. Pochi anni prima, una militante radicale praticava interruzioni volontarie di gravidanza e si autodenunciava. Furono i primi segnali dell’imminente cambiamento, la vita stessa era un punto interrogativo dietro il quale si celava una rivoluzione: il passaggio dal mondo arcaico a quello moderno, dove svanivano i fondamenti della famiglia patriarcale e la donna iniziava a concepire l’idea di poter scegliere. Questa concezione, si chiamava IVG, o legge 194, o come tutti preferivano esorcizzarla, aborto. Durante le omelie a nulla valsero i proclami di don Martino, il quale pur istruendo i fedeli al perdono dei colpevoli di questo sterminio annunciato – come nostro Signore aveva predicato – scioglieva la lingua in oltraggi, rasentando il pudore e il buon costume dell’abito talare che Nunziatina gli stirava ogni sabato pomeriggio, prima del vespro. In quell’ora di libertà, don Martino andava a far visita alla vedova di via Basento, come iniziarono a chiamarla – Cecilia Magaletti, fu Carluccio Lafranceschina, fratello di ‘mba Santino -, e questo non fece altro che alimentare il vocio delle contrade e dei piccoli quartieri che, come antifone, salivano in cielo e ricadevano in terra sulle bocche prodighe di guaiti delle commari. Le parole rimbalzavano da una porta all’altra e nel mezzo passavano per le orecchie di Nunziatina, la quale col capo chino sgranava il rosario, battendosi il petto per colpe sempre lontane da lei…

da Metà carne, metà ricordo

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