Novelle

Bernardo e la lezione di domenica.

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Quel maledetto tre ruote sminuzzava la pazienza in fette così sottili da poter imbottire ogni singolo istante della giornata come un panino andato a male. Si conficcava nel cervello e ti portavi addosso le polveri fino a sputare veleno e bestemmie. Non c’era verso di farselo passare come un rumore della strada qualsiasi, perché quel catorcio, era una maledizione motorizzata. Bernardo non sapeva guidare e quella specie di veicolo non collaborava nemmeno: ad ogni incrocio scoppiettava e fischiava, i freni urlavano di dolore al punto che c’era da sperare che si schiantasse una volta per sempre. Volevamo bene a Bernardo, solo quand’era a piedi, però. Passeggiando, ammiravi la sua bella figura sudicia e puzzolente, il color bruno della pelle che stratificava incensi dell’asfalto e del tempo: probabilmente Bernardo non invecchiava, si conformava al trascorrere degli eventi e degli anni, ci passava sopra e ci sputava contro, com’era solito di fare durante le sue soste in piazza. Perché mai avesse scelto quella vita era un mistero e una leggenda, e la gente si interessava alle sue vicende solo di domenica, durante le oziose chiacchierate vicino al Circolo Reduci di Guerra. Da quelle parti di storie, se ne sentivano parecchie, e la pausa settimanale dal lavoro, il gelato da gustare dopo la messa di padre Saverino, erano ottime scuse per interessarsi ai fatti altrui. Il paese viveva così, tra la vergognosa mania di sepoltura dei cazzi propri e l’interesse maniacale per i mali altrui, leccando stecchi di frutta zuccherata nel latte e conservanti.
Sempre di domenica Bernardo sedeva presso la bottega di Ciccillo, il barbiere da quattro soldi in cui ogni fanciullo del paese è stato battezzato per il primo taglio, sino all’età della coscienza, perché le sue acconciature parevano più che altro tosature. Sedeva su uno sgabello marcio e zoppo, fingendo di osservare la gente: in realtà, Bernardo annusava. Me ne accorsi una volta in cui ero giù di morale. Quando sono abbacchiato, rifletto e osservo. Bernardo invece annusava. Scoprii in quell’occasione che il suo naso si prodigava all’inverosimile, ondeggiando come un segugio quei due buchi che colavano moccio. Sorrisi e pensai che forse avrebbe avuto bisogno di un fazzoletto: neanche per idea! Bernardo strofinò l’avambraccio sino al gomito, macchiando di gelatina oscena quel cappotto già merdoso e orripilante. Tuttavia mi feci coraggio e mi avvicinai.
”Sicuro che non vuoi un fazzoletto?”.
Mi guardo e sorrise. Poi mi annusò.
”Da quanto mi stai a guardare?” disse.
”Da un po’…” risposi.
”E non altro hai da fare, di domenica?! La gente si diverte, passeggia, succhia gelati, riempie il cesto della questua, prepara il ragù, si fa la doccia e riempie di balsamo i capelli. Tu perché non sei tra loro?”.
”Sono cose che mi annoiano. Le faccio quando mi va, non quando è il giorno stabilito. Tu invece, perché te ne stai qui ad annusare la piazza?”.
Tirò via ancora una serpe di moccio dal naso, poi passò la mano sull’avambraccio per disperdere quel gel naturale.
”Mi piace sentire la gente pulita… e di domenica, credimi, ce n’è tanta!”.
”Beh, credo sia normale…”.
”Davvero? Dici sul serio! Spiegami una cosa: ma il tuo cesso profuma solo di domenica?”.
”In che senso, non capisco…”.
”Dici che è normale sentire la gente pulita di domenica. Gli altri giorni, invece? Che si fa?!”.
”Non saprei, credo sia più o meno uguale…”
”E qui ti sbagli, ragazzo mio! La verità è che il più pulito tra voi umani, sono io! Io sono il sinonimo di pulizia. Sai qual è la stanza più santa della casa?! Il bagno. Sai perché? Perché respira della merda che spruzzate con tanta facilità, inghiotte polvere e sudore, succhi dello stomaco e piscio delle vostre sbronze, croste di pranzi costosi e detriti che vi si infilano  nei denti. A pensarci bene, il genere umano fa davvero schifo. Ribrezzo. Per fortuna avete inventato il cesso per ripulirvi dei peccati, cancellare le macchie dei vostri errori, insabbiare in fogne la melma delle vostre facili digestioni. Poi, passate un panno e dell’ammoniaca, detersivi e smacchiatori, scrostanti e candeggina… per cancellare tutto e tornare puliti come prima. Tutto ciò, mi chiedo, vi lava davvero?”.
Stetti a pensare ma non riuscii a trovare una risposta sensata.
”Te lo dico io, ragazzo mio: è solo che adorate sporcarvi perché sapete che tanto c’è del detergente a cancellare la bacinella di cazzi vostri impiastricciata come un fogna. Nessuno deve toccarvi e sapere che eravate sporchi. Ma se ti lavi nella stessa acqua di ipocrisia per tanto tempo, finisce che puzzi di crudo. Io ho scelto di sporcarmi col tempo ed essere quel che il tempo mi insegna, senza saponette e surrogati chimici. Io sono quel che spazio e tempo decidono di farmi indossare e saggiare. Se annusi un po’ e presti attenzione, ‘sta piazza puzza di crudo e tutti credono che lo sporcaccione sia solo io”.

Annui. Poi aggiunse:
”Cosa ti fa più schifo, ora?!”.

Un pensiero riguardo “Bernardo e la lezione di domenica.

  1. Caro Tommaso,
    la tua scrittura si fa sempre piu’ pungente e sagace. In poco piu’ di una pagina sai mettere a nudo un’intera societa’ in cui il perbenismo, la facciata, il futile e l’ipocrisia regnano e si ‘palesano proprio in quella “domenica” in cui un “barbone” sa riconoscere e lo denuncia senza mezzi termini. Bravissimo, sempre di piu’.

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