Novelle

Planimetrie nascoste di luoghi comuni

Non vi erano indicazioni particolari.
Via Appendice, Strada Chiusa Senza Numero Civico, o la conoscevi, o la ignoravi.
E se la ignoravi, c’era anche un perché.
Ad ogni modo, ogni abitante, ogni pellegrino, ogni passero o topo ballerino sapeva che, in tal luogo, all’altezza del centro, vi era una strada che non conduceva a nulla. Era un vicolo cieco, nel mondo, nel quale prima o poi, sarebbero confluite le scorie e le acque luride d’inverni piovosi. Il reflusso si diramava attraverso arterie e piccoli canali sotterranei e finivano per sbottare e tirar su acqua e merda dai tombini arrugginiti e invecchiati dalla stessa melma degli anni precedenti.
Non vi era nemmeno motivo di doverla visitare, via Appendice.
Sebbene esclusa dalle citazioni planimetriche, una gigantesca distesa verde, un prato incontaminato così come Iddio l’aveva progettato, l’illuminava quel tanto che bastava. I passanti – per caso o per necessità –  ammiravano quell’immenso sputo di erba che brillava e andavano oltre. Era lucente, di un verde che non avresti incontrato mai più nella vita: forse, anche per questo, erano in molti a sostenere che Iddio stesso se ne prendeva cura. Era anche probabile che le acque di scolo, ne garantissero il sostentamento naturale.
Comunque, Iddio, c’entrava sempre.
Gli abitanti di Via Appendice S.C.S.N.C. eran sempre quelli.
Da una vita.
Se avessero chiesto loro, in quale maniera vi fossero giunti o in quale epoca ci avessero messo piede per la prima volta, la risposta sarebbe stata la stessa: da sempre. E per tutti e tre.
Eran tre case. Tre di numero. Tre come il numero perfetto.
Erano di una riservatezza schifosa. Sembravan figurine appiccicate su di un album, o fotografie in bianco e nero, messe lì per riempire una cornice.
Ma ciascuna delle tre, delle tre famiglie, viveva la sua vita, sgobbava per il proprio lavoro e si riposava nelle feste comandate.
E pagavano anche le tasse, come tutti gli altri. Al catasto e all’anagrafe, risultavano eccome.
Strane voci circolavano già dai tempi della guerra, e nel dopoguerra, e negli anni della contestazione. E probabilmente, da sempre.
Una di esse, per esempio, raccontava la strana storia che quelle case non fossero mai esistite.
Era solo apparenza.
E per questo motivo, si pensò bene di chiamarle col semplice appellativo di “APPARTAMENTI”. Qualcosa di appartato, apparente, approssimativo che mai nessuno ha visto tirar su.
Così come gli Appartamenti, anche i residenti di quella strada chiusa senza numero civico, erano una leggenda, di quelle alle quali non puoi che affibbiare un nomignolo strano, o curioso.
Un soprannome, insomma.
Erano gli appartamenti più nascosti della città, quelli dei quali parlavi solo ad un confidente, perché un po’ di vergogna, la provavi.
Di zone del genere, di lati oscura così, insomma, non ne puoi parlare con chiunque.
Non era la ‘chiacchiera’ più comune.
Tuttavia, era un luogo comune: un posto dove ogni membro della città, si trovava a proprio agio.
Come un arto sta al cuore; come la testa viaggia nel petto; come due occhi che guardano oltre.
Come Amore, Odio e Indifferenza.
Finivi sempre per lasciarci un pezzo di te, anche senza doverci passare per forza.
Ciascun abitante, pellegrino, passero o topo ballerino, sapeva che quella zona esisteva.
E se la ignoravano, c’era sempre un perché.

2 pensieri riguardo “Planimetrie nascoste di luoghi comuni

  1. All’inizio mi ha incuriosito il titolo, continuando a leggere ho trovato geniale l’appellativo di appartamenti, ” qualcosa di appartato e apparente”. Concludendo la lettura ho immaginato un posto, dimenticato, in un certo qualsenso, dall’uomo superficiale e terreno; un luogo illuminato di una luce accecante e riscaldante che mi ha provocato un sensazione di inquietudine, ma non quella solita.. ma un’inquietudine paradossalmente pacifica..

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