Novelle

Diversi e liberi

In tutta quella storia, non c’era un solo perché.
Le mie avances fasulle si scontravano contro il muro del silenzio. E lei stava a guardare. Solfeggiava occhiate quasi volesse incantare i microbi e le molecole di ossigeno che ci dividevano: eravamo soli.
Tutte le mattine, in un buco di ascensore.
La signorina Maddalena, così la chiamavano tutti, viaggiava per diverse ore in ascensore imbracciando fascicoli che finivano su chissà quale scrivania. Era la responsabile del personale da poco più di un mese e già faceva piegare le teste al di sotto del limite delle scrivanie, contrastando così erezioni spropositate a ridosso dell’asola del cavallo. Indossava tailleur al monossido di adrenalina, dal momento che ogni volta che ci sbattevi gli occhi sopra, le orbite ti schizzavano fino alle cervella e lì incontravano la fantasia che vestiva di abiti sconci; come se non bastasse, era divorziata senza prole. Così dicevano, perché a chiamarli figli, si faceva peccato.
Era un peccato non potersi ingozzare con palate di lussuria quando la vedevi, specie se vi erano dei mocciosi di mezzo: la fantasia si complicava e le suggestioni adulterine dovevano correre al riparo. Quei maschietti secernevano bava in quantità industriali e chissà come poi, finivano per farla sparire al suo cospetto. Magari se la bevevano come cocktail sfogliando l’ennesima rivista porno nel cesso dell’azienda. Io però, facevo eccezione: ero significativamente libero e quindi onestamente appetibile.
Fin quando un giorno, sulla soglia del terzo e ultimo piano, mi parlò.
”Tra mezz’ora dovrebbe presentarsi nel mio ufficio”.
”D’accordo” dissi e pensai che il suo dovrebbe fosse una maniera impersonale per desiderarmi, come se a chiederlo fossero state le sue volontà prive di una personalità col nome di Maddalena. Solo la sua voglia, insomma.
Puntale mi presentai.
“Da lunedì dovrebbe lasciare la sua scrivania”.
Il dovrebbe suonava proprio male. E fu come sparire alla sua presenza.
”Mi licenzia?!”
”Le sue inclinazioni non sono adatte al tipo di lavoro assegnatogli. E non esiste altra mansione che possa svolgere in questa azienda. Mi dispiace.”
Ecco, questo tipo di dispiacere fu la causa scatenante dei miei perché.
E ne seguirono molti altri.
”Cos’è, non ha visto una mia erezione da quando ha messo piede in questa azienda, giusto?”
”Mi dispiace, le ho detto”
”Cosa le dispiace?! Il fatto che sia omosessuale? Il fatto che non riesco a masturbarmi pensandola disponibile e vacca? O le dispiace che non è la sola ad esser frutto di fantasie?! Cosa le dispiace, la concorrenza, forse?!”
”Mi dispiace che prima o poi, altri capi dovranno darle una notizia del genere ma in modo definitivo"
”Allora perché stavolta è toccato a lei?”
”Perché io sono diversa e libera. Devo licenziarla per offrire a questa azienda una seppur minima parvenza di coraggio. Le fobie non sono una mia fantasia ma destabilizzarle e trasformarle in puro maschilismo è un mio dovere. Sarà più semplice recidere il marcio perché dinanzi a una gonna non ci si nasconde, piuttosto ci si esalta, senza pudore. Quanti virtuosi signori hanno bussato alla sua porta di nascosto? Quante volte ha dovuto tacere avances per salvaguardare famiglie e figli. Ora deve farsi da parte, momentaneamente: sia diverso e libero, perché senza sacrificio non vi è unicità e libertà. Per una donna è più semplice accendere la luce sulle mancanze dei ‘maschi’ e far pulizia. Solo allora, potrà rientrare. Voglio gente pulita. Diversa e libera”.

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