Novelle

Il tempo copre

Da quando ero tornato in paese, non riuscivo a darmi pace. Succedeva sempre più spesso che negli ultimi anni, la memoria smarriva le sue lenti e vagava cieca tastando i muri del tempo per riagguantare la lucidità di una volta. Non mi sembrava possibile che dopo una vita insieme, proprio lei, la mia unica certezza, la memoria, iniziasse a prendersi gioco di me. Non poteva abbandonarmi, non lo aveva mai fatto.

“C’era un albero enorme sulla salita del convento, dov’è finito?!”
“Domanda al senatore, sicuro che se lo ricorda” disse la mia vecchia madre.
Cercai Pasquale Loiardo, ex senatore e figura storica del paese. Lo trovai nella sua villa in periferia, intento a innaffiare un terreno scuro e vuoto.
“Per caso ricorda che ci fosse un albero enorme, sulla salita del convento?”.
Le pupille del senatore rotearono per qualche istante quasi a cercare delle fotografie nelle stanze della memoria.
“Non mi pare. Non ricordo nessun albero enorme. Chiedi a Ludovico, il vecchio sagrestano, forse se lo ricorda”.
Ludovico, orfano storico del paese, era stato accolto dai frati del convento come aiutante, perché lì fu abbandonato.
Riuscii a trovarlo fuori paese, in una casa di riposo.
“Ti ricordi di un vecchio albero enorme sulla salita del convento? Che fine ha fatto?”
“C’era tanta campagna una volta, come faccio a ricordare un albero tra tanti?”
“Era grande, copriva tutti gli altri tanto che era immenso. Ci salivo su e mi nascondevo per non farmi beccare dai miei quando ne combinavo una delle mie. Non può essere che non te lo ricordi…”
“Può essere che ci sia stato una volta… se non lo trovi vuol dire che è stato abbattuto, o forse si è piegato da solo. Se non lo vedi, allora non c’è. Semplice. Questa è l’unica cosa certa. Del tempo passato non resta che l’imperfetto come tempo prossimo, ma se non ti basta, prova a chiedere al signor Celestino, il nipote del famoso Zì Costantino: tutte le terre erano sue una volta, magari sa qualcosa di questo benedetto albero”
Mi incamminai controvoglia verso il paese. Di nuovo tornavo in paese e stavolta, a testa bassa, mentre un leggero vento spingeva foglie fino ad ammucchiarle contro un parete. Dei piccoli ramoscelli addossati alla pietra del confine, pian piano scomparvero come seppelliti da folate di vento.
Non ne potevo più di cercar gente e memoria: come aveva detto Ludovico, l’unica cosa certa ora, era che di quell’albero non era rimasto nulla, nemmeno il ricordo. Il tempo non passa, il tempo copre. Nasconde agli uomini certezze perché è l’unica lezione intelligente che tenta di regalare. Non virtù, nè successo, nessuna ragione offre il tempo e la memoria ne è preda, come in un gioco nel quale quest’ultima fa la parte della sfigata. Tornare in paese valeva una conciliazione, una pace col passato. Un colpo di fortuna mi aveva offerto l’occasione per agguantare una palla sparata a caso, il momento giusto per rivedere cose di un tempo – la mia famiglia, le storiche immagini e le figure di una volta -. Ma il mio paese non era una cartolina, per quanto anche su di essa gli anni, ci passa sopra strati di giorni, come foglie a coprire ramoscelli.
Il tempo copre, non passa e se resti indietro ti seppellisce senza chiederti permesso, senza osare scuse. E non ti guarda nemmeno in faccia, perché nel frattempo te ne sarai procurata un’altra tutta nuova seppur invecchiata.
Era questa l’unica certezza che il tempo mostrava: una faccia nuova ed occhi diversi che non riuscivano più a scorgere un albero seppellito negli anni.

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