Novelle

Nei giorni delle manette.

Credevo non vi fosse essere umano più folle di me, fino al giorno in cui non ho conosciuto Leda. Le mie inclinazioni al masochismo erano ben poca cosa rispetto al suo vituperato senso di sottomissione. La conobbi senza non poca fatica. Cercavo aspiranti accompagnatrici per serate cariche di mortificazioni: il mio ego ne aveva bisogno per sentire che effetto faceva la sconfitta, giacché solo in una condizione di passività riuscito a star bene. Ho sempre goduto a star male forse perché ho provato per troppo tempo il successo e con esso non mi sono certo arricchito. L’esser perdente esaltava le forze e il senso di riscatto, glorificava il pianto e lo sconforto, dal momento che avendo vissuto questi stati d’animo in una condizione di vantaggio, non aveva fatto altro che scavarmi e sfondarmi il petto con un vuoto del quale saggiavo la consistenza. Ero malato di dolore, nel senso che provavo piacere nell’essere sottomesso e maltrattato, come oggetto di un desiderio innaturale e senza limiti di sopportazione. Svenivo per il dolore.

Leda però, era molto di più. La incontrai dopo incessanti ricerche e richieste. Era una tipa tosta e tutte le volte che si negava o demoliva le mie speranze, mi bagnavo. Leda divenne la mia malattia. Accettò di incontrarmi ad un patto: un incontro solo, niente frequentazioni. Accettai. Quando passai a prenderla, faceva freddo e lei indossava un manicotto per scaldare le mani. Entrò in macchina e chiese di andare da me: niente cena galante, niente ‘primo appuntamento’. Anzi, ora che ricordo, fu un ordine ecco perché accettai. Salimmo nel mio appartamento e mi ordinò ancora qualcosa. ”Spogliami”. Eseguii o per lo meno ci provai. Tentai di sfilare il manicotto ma rifiutò. ”Quello no!” e sorrise. Le sfilai la gonna e questa cadde sul pavimento leggera; le sbottonai la camicetta infilando le mani sotto il suo soprabito. ”Le mani…” dissi. ”Taglia!” e indicò la sua camicia con pizzo. Riuscivo a intravedere il seno, la forma delle sue coppe, ma questo non mi eccitò. Presi delle forbici e tagliai la camicia prendendola dalle spalle: la lama sfiorò il soprabito senza intaccarlo, poi giunse al reggiseno e lo evitai. Dalle spalle scivolò anche la camicia, in due parti uguali e si fermò poco dopo gli avambracci. ”Mezza nuda ma col potere tra le mani”. Sfilò il manicotto con i denti, lentamente. Manette. “Fatti sottomettere con queste, è il massimo del piacere”. Mi cinse il collo, sentì il ferro freddo dietro la nuca. La schiena tremò tentando di restare in piedi: ero già sottomesso. Mi colpì più volte con la testa e sanguinammo entrambi. Poi, cademmo a terra, stanchi. ”Non è il dolore che mi eccita ma sapere di poterne procurare ugualmente. Vivo uno strano senso di potere e quando gioco in queste forme, sto bene per giorni interi. Passo più tempo con le manette che con gli uomini: mi fanno compagnia e mi proteggono. Gli uomini sogghignano e ti abbandonano. Avrei potuto essere una moglie perfetta e non sono mai voluta diventare una puttana qualunque. Preferisco essere l’amante di coloro che sanno cercarmi con insistenza, perché hanno un motivo. Solo così il mio dolore ha motivo di esistere. Non c’è amore senza sudore, senza sofferenza, senza lacrime di sangue. La vita scorre tutta lì, tra moglie, amante o puttana. Devi solo decidere con chi godere e sentirti a tuo agio nei giorni di dolore, nei giorni in cui ti bloccano le mani e ti fanno sentire inutile. E’ un modo come un altro per risarcire le mani della libertà, una maniera per santificarle”.

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