Novelle

L’uomo come si deve

Come al solito, ero in ritardo.
La condizione di ritardatario è una prerogativa del mio DNA, al punto che preferisco credere che sia in anticipo col passato (che in pratica è la stessa cosa, ma con più romanticismo!).
Ero in ritardo con mio padre.
QuestoSaràUnConcettoRicorrente.
Il ritardo, a dirla tutta, è il mio più grande dramma, poiché sono l’esperimento non riuscito, il prototipo del NonUomo, puntualmente assente nei momenti seri, dove per serietà, lui – mio padre – intende le classiche situazioni nelle quali il VeroUomo toglie la tutina da neonato e decide di indossare la cravatta.
Secondo lui, il genere umano si distingue in due categorie: gli infanti e gli adulti. Non vi è una stagione intermedia.
Io ero un infante.
Gli adulti non mancano mai agli appuntamenti seri, non sono mai in ritardo e vivono le attese come preliminari da ossequiare. Io non riuscivo proprio a staccarmi dalla culla perché preferivo guardare il mondo all’insù, con le gambette alzate e mai da una situazione eretta, (sempre secondo lui).
Forse anche per questo, sono figlio unico. Mio padre temeva che anche il secondo fosse un fallimento o probabilmente riteneva essenziale impiegare tutte le energie per l’unico figlio che la Vita aveva voluto donargli.
“Mi verrebbe da chiedere, a chi sei figlio?! Da chi hai preso? Da me non di certo! Altrimenti non starei qui a rosicarmi per il ‘poppante’ che sei!”.
Questo è stato il più bel complimento che mio padre abbia potuto regalarmi e lo ammetto, ricordarlo non mi fa un gran bene, perché tutte le volte avrei voglia di chiedergli perdono se sono venuto al mondo, e che se dipendesse da me, toglierei volentieri il disturbo.
“I figli non si possono scegliere!” – ripeteva scherzosamente davanti ai parenti, il caro babbo.
“Figuriamoci un padre!” – avrei risposto.
Ma non potevo. Io ero in ritardo.
L’aspetto più antipatico per noi ritardatari, è non aver voce in capitolo. Non sono ammesse giustificazioni.
“Son corso in ospedale per una brutta caduta … “ – potrebbe essere la giustificazione per esser mancato a un appuntamento.
Niente. Non ha nessun valore, nonostante il povero malcapitato si sia presentato con un appariscente braccio fasciato.
“Almeno potevi avvisare! Ho aspettato inutilmente due ore”.
Giusto, un messaggio non sarebbe costato nulla, sebbene il dolore per l’incidente abbia provocato lacrime e la caduta abbia reso temporaneamente invalido il poveretto.
Per il resto, il discorso non fa una grinza.

Ero in ritardo anche quel giorno.
Il funerale di mio zio, fratello di mio padre.
Riesumai la cravatta dal cassetto della ZonaCheNonToccoMai, l’avrei indossata su di una camicia bianca e dei jeans scuri. Naufragavo nella mia camera alla ricerca di un pezzo di vetro riflettente.
Uno specchio.
Cravatta fa coppia con specchio, sempre.
Ho divorziato da specchi e cravatte perché le coppie mi danno nausea: trovo nell’unicità dell’essere, la mia vera forza.
Coppia era sinonimo di debolezza, come dover cedere una parte di se stessi a una persona che avrebbe avuto accessi illimitati nelle zone più intime. Io e basta. Non ero egoista, ma preferivo esser unicamente solo.
Mi specchiai nella finestra, ma la sagoma si perdeva dietro alberi lontani e nel grigio di una giornata autunnale che infondeva tristezza. Calai la tapparella per crearmi uno sfondo neutro. Adesso, ero a righe bucherellate, come facessi acqua da tutte le parti. Appoggiai la cravatta sul collo e al solo pensiero di doverla indossare per non so quante ore, avvertivo l’oppressione della carotide tanto da soffocare qualsiasi risentimento o eventuale reazione.
Non ho mai cercato vincoli nella mia vita, non mi piacevano.
Scaraventai la cravatta sul letto e cacciai fuori la camicia dai jeans. Infilai un maglioncino nero (vista l’occasione) e uscendo dalla camera, lanciai un ultimo sguardo alla cravatta abbandonata. Non eravamo fatti l’uno per l’altra, c’era poco da fare. Fui anche sincero con me stesso. In realtà non ero capace di annodarmi una cravatta.
Pensai di abbassare il tono del pensiero, nel caso mio padre avesse ascoltato quella riflessione: non potevo dargli quest’ulteriore dispiacere!
Ero quasi pronto.
Uscii dalla stanza con l’aria altezzosa di chi sa farsi attendere.

(da “L’uomo senza specchio e cravatta”)

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