Letture

Il tempo delle novità.

L’anno in cui Hektor fabbricò la sua prima candela, dicevano che sarebbe avvenuto qualcosa di importante. Ne parlavano in radio, sui giornali, nelle piazze, persino a casa dei nonni. A quei tempi, Roma era invasa da cortei, studenti militanti, gruppi estremisti appena sorti, politici ingabbiati in doppiopetto luccicanti e rivoluzionari confezionati in lupetto e giacche di velluto. Nel novembre del ’74 in Grecia si scelse la Nuova Democrazia di Karamanlis, e come un’eco si propagò nei paesi del mediterraneo il dolce suono di libertà. La dittatura militare greca divenne l’emblema del nemico da esorcizzare, soprattutto tra gli studenti che si elessero a compatrioti ellenici e spartiacque tra le gerarchie istituzionali di chi propinava politica a discapito degli inetti.

Venne l’estate del ’75, c’era chi cantava Sabato pomeriggio e chi tra le polemiche di L’importante è finire, s’innamorava di un cielo sempre più di blu di Rino. Era l’anno dei Sex Pistols e degli Iron Maden, continuava il processo per la strage di Piazza Fontana, mentre Renato Curcio veniva fatto evadere dal carcere. L’ondata di novità era appena iniziata, e forse sbagliava chi sosteneva che ben presto le cose sarebbero cambiate, perché in realtà, stavano già cambiando.

Nel pace della cucina, Hektor osservava nonna Marta estrarre stoppini da vecchie candele. Sminuzzava mozziconi di cera, recidendo con forza nel cuore di quei relitti e separando con cura le scaglie di cera bianca da quelle di alcune candele rosse del precedente Natale.

Ticchettii costanti ritmavano un’attesa mai troppo lunga, nonostante la parsimonia dell’anziana relegasse Hektor in uno spazio silenzioso e distante.

Il pensiero correva ancora alle voci di piazza, ai volantini del Taddei e alla risolutezza della nonna. Non comprendeva come, in quello stato di agitazione e novità, riuscisse a dedicarsi a delle stupide candele con una dedizione tale da sembrare l’unica possibile attività in quel caotico rumoreggiare di volti sguainati pronti all’attacco.

«Nonna, cosa è successo in piazza? Perché quel signore ti urlava in faccia?».

«Chiacchieroni, Hektor. Chiacchieroni!».

«Che significa, nonna?».

La donna incline alla pazienza, sorrise e riprese.

«Quando nonno Franco si lamenta dell’ultima fila di prugne, hai presente?».

«Sì, dice che prima o poi l’abbatterà».

«Chiacchiere. Ogni anno l’ultima fila caccia prugne da vendere. Ogni anno è la stessa storia. Chiacchiere. La verità è che al nonno Franco quelle prugne non sono mai piaciute. Non si guadagna molto, così dice che non sono buone. Hai capito ora, Hektor?» – e profuse tranquillità ancora, mentre rimpinzava il vecchio pentolino con i frammenti di cera.

«Sì, nonna. Dice così perché non piacciono a lui. Anche a quel signore non piacciono le sue prugne?».

«No. A quel signore non piacciono le prugne di tutti noi. Di noi altri che le cogliamo».

«Mica sono sue!» – replicò indispettito Hektor.

«Appunto. Quindi, è un chiacchierone!».

«Che grandissimo chiacchierone, nonna! Domenica prossima gli dirò che le nostre prugne sono buone e non si toccano!».

Nonna Marta fulminò Hektor con lo sguardo.

«Negli affari dei grandi non ti devi intromettere! Chiaro Hektor?».

Il piccolo ribelle abbassò il capo, come scosso da tremito improvviso.

«Chiaro … chiaro, nonna» – e fece per andar via.

Lo sguardo materno della donna lo inseguì, gli mostrò il colore dell’affetto e lo riportò accanto a sé.

«Nonna adesso t’insegna una cosa bella!».

Era il 1975 e quella per Hektor, era una novità.

Al calore del fornello crebbe il desiderio. Bramò la conoscenza, l’incorruttibile confine dei segreti, svelare il volto fin troppo ignoto d’identità oscure. Avrebbe voluto che nonna Marta lo rapisse e lo conducesse in luoghi sconosciuti, illustrandone la bellezza e il fascino, così come accade per ogni prima volta.

Annusava in punta di piedi lo strano odore che saliva dal pentolino, mentre donna Marta lo accarezzava e porgeva tra le sue esili mani, la paletta in legno.

«Coraggio, mescola, Hektor!».

Il giovane allievo si sentì uno stregone, alle prese con la sua prima pozione magica. Somministrava attenzione e curiosità, filtrando ogni gesto attraverso le occhiate premurose di nonna Marta.

(Metà carne, metà ricordo)

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