Novelle

L’asorpresa.

Nonostante l’enorme distanza, dissi di sì. Ero certo che non ci avremmo combinato un bel niente, tanto valeva dimostrarglielo, andandoci. La festa di addio al celibato/nubilato di Sandro e Vale era l’occasione per rivedere gli amici – i suoi – che il tempo aveva disseminato nei posti più impensabili della nazione, tutti ben strutturati e con un curriculum da panico.
«Vedrai ti divertirai. Secondo me son tipi che non puoi non andarci d’accordo» mi aveva detto.
Quasi me ne convinsi per non darmi ulteriormente ragione.
Passai a prenderla e guardai l’orologio: le 19:00. Ci attendevano solo due ore di strada, per il resto, era fatta. I primi quindici minuti discutemmo del più e del meno, del percorso da percorrere, di un tipo che si era fermato a pisciare a bordo strada – nonostante il buio, continuava a sostenere che ce l’aveva enorme! -, delle mie dimensioni tutto sommato apprezzabili, del resoconto di una fiction vista il martedì precedente, della fame che iniziava a farsi sentire, di quanto sarebbe stato bello se fosse riuscita a piastrarsi i capelli per poi raccoglierli in un nodo – sarebbe stata senz’altro la più figa di tutti gli invitati -. Sfilando sotto una galleria poi, ci zittimmo. Avevamo bisogno di riprender fiato. Tuttavia qualcosa da dire era rimasta, infatti da un silenzio muto, si sollevò la sua figura e riuscì a raccoglierne fiato per bestemmiare contro la radio che tentava di azionare.
«Come cazzo è che non funziona?!».
«Siamo in galleria. Niente segnale».
Appunto.
Fu l’ultimo segnale che le nostre labbra riuscirono ad emettere fino a destinazione raggiunta. Per fortuna, ci salvò la musica: arriva sempre nei momenti più opportuni, suonando melodie che tutto dovrebbero fare, tranne sottolineare il momento che stai vivendo. Partì una sequenza di brani adatta all’occasione: Girlfriend (Avril Lavigne); Stray Heart (Green Day); This ain’t a love song (Bon Jovi); Sad Song (Oasis). Sarebbe stato bello se ci fossimo guardati e avessimo sorriso per l’arroganza del destino, purtroppo però, cogliemmo solo l’occasione per sprofondare nell’asorpresa. Odiavo i momenti di asorpresa perché ti aspettano quando sei lì pronto per scatenare una rivoluzione: ti lega, ti fagocita, ti digerisce e alla fine ti sputa lontano tra le cose che scivolano.
Ogni argomento, ogni situazione infatti, nell’asorpresa, scivola via e cade sotto i piedi, come non fosse mai nata o mai esistita.
Per la cronaca, raggiungemmo gli amici con non poca difficoltà, tentando strade improbabili e ritentando altrettante inversioni a U, tutte degnamente sottolineate da brontolii, scocciamento a sbuffo e il suo solito indice che indicava la direzione. Da parte mia non potevo fare altro se non eseguire in silenzio, senza nemmeno provare a guardarla in faccia. C’è stato un momento nel quale ho pensato “Basta! Buttiamoci alle spalle questa situazione di merda e ricominciamo da capo!”, ma giusto in quel momento avevo parcheggiato e lei si era sollevata dal suo posto con indicibile sorpresa. «Che figa la macchina nuova di Fede! Guarda l’ha presa davvero!».
Era un Suv niente male, che per proporzioni avrebbe inghiottito nel porta bagagli la mia vergognosa Panda.
«Figo!» rispondo, così almeno capisce che sono lì con lei, per ribadire che in fondo, ci sono anch’io in quel parcheggio insieme ad altrettante auto stra-fighe.
Una volta entrati, ho dimenticato la sequenza di cose inutili per le quali avrei dovuto stupirmi, tra queste di sicuro ricordo i segnaposto a tema (cazzetti di gomma), le olive infilzate con bandierine coi disegni porno, la giacca del dj che cambiava colore, un ragazzo straniero ultra-stra-figo per accento e fisico, la pochette della festeggiata e il memorabile Fede con il quale ho stretto nemicizia per la sue doti di canore e il souve affair col quale ci enumerava i dettagli delle sue follie azionarie e bancarie. È andata così, una serata che si annunciava catastrofica fin dal momento in cui l’avevamo ipotizzata. Ci avrei messo del mio per risollevarla ma la verità era che eravamo caduti fin troppo in basso per tentare una risalita. Eravamo entrati nell’asorpresa, un tempo che non racconta delusione, ma distanza: è il tempo del silenzio, delle minchiate da inserire tra gli spazi vuoti delle stesse minchiate che sosteniamo per paura di restare troppo in silenzio; è il tempo dei sillogismi, dei ragionamenti vacui, delle inezie e degli interessi sempre troppo distanti dall’amore. È il tempo in cui tra i due, uno si straccia il cervello per tentare una salvezza, e l’altro ne raccoglie i pezzi creandone un accessorio da indossare nei momenti di noia. L’asorpresa è percorrere la stessa strada con la speranza che non diluvi, perché altrimenti si è costretti a ripararsi sotto quell’unico ombrello che abbiamo dimenticato: un semplice abbraccio fuori programma che mai avremmo pensato di vivere in una situazione fin troppo comoda.

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