Novelle

Le giuste misure dell’uomo per bene

Quando sono nato, mio padre indossava una cravatta scura.

Non appena giunse notizia del mio imminente arrivo, corse a casa, disperse sotto la doccia gli odori del cantiere e si sbarbò in tutta fretta.

Si decorò per il nostro primo incontro. Vestì l’abito da cerimonia, quello nuziale, incelophanato al riparo da camicie quotidiane e inadeguate alle grandi occasioni.

Dinanzi allo specchio, nella GrandeCamera, vestì la camicia regale, bianca, pura, immacolata – che la mamma aveva appeso su di una cruccia al pomello dell’armadio – e agganciò i gemelli dorati. Si passò una mano sul petto, a stirare quasi in aderenza, quell’intreccio di cotone al petto e al suo cuore, e inforcò le molle che tenessero la giusta misura delle maniche.

Terminate le procedure preliminari, andò in bagno, e con della brillantina impastata nel contenitore ormai ingiallito, accarezzò con cura i capelli, modellando così l’acconciatura per l’occasione. Infine disseminò sul viso, poche gocce del suo dopo-barba preferito, quello dell’uomo tutto di un pezzo e soprattutto senza pretese.

Rientrò nella GrandeCamera. Osservò con minuziosa devozione il risultato delle sue attenzioni e sfilò dal cassetto alla sua destra, il NastroDaCerimoniaDaAnnodare. Era pronto per legare la sua cravatta al collo, sotto il bavero della solenne camicia.

Il nodo di una cravatta è l’incontro tra l’uomo e la sua dignità, un patto formale e ufficiale che contraddistingue il maschio, trasformandolo da infante in adulto.

Annodarsi la cravatta è un gesto nobile, tramandato da padre in figlio, come un distinguo e un sigillo posto sulla casata – e sulla camicia, ovviamente -. Ricevere in dono tal eredità è un onore.

Così mio padre, con scrupolosa attenzione, avvolgeva quel pezzo di stoffa nero, attorno al fulcro flaccido sotto il collo, badando bene a non aggrinzire il composto, come un esperimento di alchemica perfezione: ogni elemento doveva essere al suo posto, quasi di coordinate che dirigessero una nave a destinazione.

L’ultimo gesto però fu fatale.

Indossare una cravatta, significa anche trovar le giuste misure.

Incapacità e sventatezza non sono contemplate nel bon-ton de L’UomoPerBene. Il rischio al quale si va incontro si potrebbe definire Disarmonia, come di due lembi fuori misura e scombinati, prodotto inopportuno da esibire e procacciatore di pessime figure al cospetto di UominiBenIncravattati.

Così avvenne quel giorno.

Mio padre vestiva una cravatta asimmetrica, con l’estremità nascosta eccessivamente lunga. Il risultato fu devastante: un nodo sproporzionato e probabilmente goffo. Si maledisse dinanzi al Grandespecchio nella GrandeCamera, ma era in ritardo.

Il vero uomo, sebbene MalIncravattato, non è mai in ritardo.

Corse in ospedale e giunto nella stanza nella quale giacevo accanto alla mamma, pianse per la commozione alla vista di un siffatto spettacolo: il quadro più bello che i suoi occhi avessero potuto ammirare. Solo in circostanze come queste è permesso piangere a un uomo, senza vergogna e senza essere in debito di giustificazione.

Ero lì, di fronte a lui: il primogenito, un maschio, l’onore della casa, colui che avrebbe garantito la discendenza.

Suo figlio.

Gli occhi gli brillavano di stelle, perché il desiderio suo più grande, si era avverato: essere padre. In quel momento presumibilmente, si costellò d’infinite responsabilità, ma son certo, che accarezzò il mio visino con le sue mani grandi e provate, miscelando infinita delicatezza a paterna protezione.

Un padre e suo figlio.

Mentre usciva dalla stanza, la mamma lo immobilizzò:

“Chi ti ha fatto quel nodo?!”.

Credo fu in quell’istante che l’uomo, realizzò quanto difficile, sarebbe stato, essermi padre per tutta una vita.”

Anche se non ti è piaciuta, te la offro come segno del mio amore.

(da L’uomo senza specchio e cravatta)

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