Letture

Non può essere tutto qui.

sola al bar

Parlavo del Natale a luglio e, come una cosa e l’altra, ades­so dicembre è davvero alle porte. È arrivato senza aspettarci, senza ascoltare il lungo silenzio che da quel giorno è sceso sulle nostre teste. Adesso ci copriamo per esempio, perché il freddo non è altro che tempo che passa, stagioni che mutano, momenti attraverso i quali dobbiamo adeguarci. E io l’ho fat­to. Ho recitato il mio ultimo monologo con l’unica speranza di essere stato cattivo. A volte il bene non serve, attenua i contenuti, appiattisce gli animi, un pizzico di cattiveria invece genera scosse, ma solo di assestamento, senza distruggere nul­la se le fondamenta sono solide.

«Il problema non è luglio, né Natale. La vera questione è dove decidiamo di essere. Ora siamo qui a tirarci musi lunghi per cosa? Perché sappiamo di esser soli, in fondo. E non si tratta mai di mancanza di compagnia, perché altrimenti non avrem­mo motivo di lamentarci. In un modo o nell’altro, siamo vicini.

Quando ero piccolo e abitavo nel paese dei miei, le scaden­ze erano scandite dalle feste. Non quelle comandate come il Natale, Capodanno e roba del genere. Ma dalle feste patronali. Avevamo tanti santi da portare in processione, che ogni scusa era buona.

«C’è da ridipingere casa!»

«Prima della Madonna, perché poi inizia il freddo!»

«Andiamo a trovare gli zii al nord?!»

«Fai passare la festa di San Michele e poi ci pensiamo.»

«Ho bisogno di un ‘auto nuova.»

«Prima o dopo la festa del Beato?»

Ecco, dalle mie parti le intenzioni erano soggette ai santi. Sembra incredibile, ma era un calendario ben definito, una programmazione di eventi integrata ai meccanismi della vita.

La verità era un’altra, però. L’ho capito tardi. Era il bisogno di prendersi tempo e adeguarsi alle novità, agli impegni, al corso della vita che in qualche modo variava, seppure di pic­coli salti nel buio. Fare qualcosa di nuovo non è che spaventi, ma destabilizza: è farsi andare giù una pietanza mai assaggiata prima.

Il senso del Natale è sempre lo stesso, non cambia. Nem­meno noi cambiamo perché si vive solo l’attesa. Ormai il sa­bato del villaggio suona come sigla d’apertura a tutto ciò che abbiamo intenzione di fare. Ci basta, perché abbiamo impara­to a nostre spese come vivere alla giornata. Il lato negativo di tutto ciò è che non pronunciamo mai la parola domani perché fa rima con speranza, e di questa noi conserviamo sacchi neri come di pattumiera. E dopo un po’ ne sentiamo la puzza. Ma la speranza non può emettere sonorità gravi, né olezzi. La speranza passa solo se crediamo in qualcosa. Io, mio malgra­do, ci credo. E come una cosa e l’altra, credo che non possa essere tutto qui.

(Come una cosa e l’altra)

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