Novelle

Terreno, linfa, acqua e pazienza.

C’era così poco spazio in quell’orrido locale, che ebbe l’istinto di girare i tacchi e andar via. La povera e lurida luce emessa da lampadine zeppe di olio fritto rendeva l’atmosfera quasi tetra, ma ai conviviali doveva parere addirittura romantica. Il vociare degli ospiti erano sillabe di sospiri viscidi tanto da rischiare una caduta per quant’era schifoso. Con delicatezza ci si ingozzava, innaffiando il fegato con vino d’annata; con rudimentale prosa e artificiosa eleganza, si sussurravano parole d’amore e carezze. Si fece coraggio, ancora una volta, e avanzò. Era al terzo esordio della serata giacché, sebben esperto, ogni volta che entrava in un ristorante, era come trovarsi sverginati col culo a mezz’aria. Non ci voleva solo coraggio, ma disinibizione. Tuttavia Jay, ambulante di rose, sapeva il fatto suo. Saltò di proposito il primo tavolo. Tirava una brutta aria: un regalo di gioielleria spicciola e male incartato giaceva da troppo tempo senza un minimo alone di sorpresa. Raggiunse d’istinto una tavolata di giovani adulti con un paio di carrozzine e poppanti al seguito. Tese la mano verso il primo maschio che aveva a tiro e quello si difese sventagliando un palmo grande quanto un piatto.
“No, grazie!”.
L’amico dietro di lui sorrise come un ebete e si chinò per nascondersi. Lo evitò. Andò dritto verso quello che pareva l’anziano della comitiva.
“Già fatto!” disse, ma senza mostrare alcun cimelio o parvenza di fiore.
Ne rimaneva un altro, al quale propose un mezzo sorriso. Doveva essere il jolly del gruppo tanto che si fece largo per annusare le rose nel suo cesto.
“Non sono fresche. Posso mai regalare una vecchia rosa al mio amore? Almeno spruzzaci sopra uno di quei prodotti che le fanno sembrare lucide e belle!”.
Jay annusò le rose e seppur di due giorni, non sembravano poi così male.
“Quando avrai rose fresche, ti prometto che le compro tutte, così ti faccio contento!” e scoppiò a ridere, quel jolly del cazzo.
L’unica cosa alla quale Jay pensò in quell’istante, fu il sorriso di suo padre mentre usciva di casa e dalla sua vita per l’ultima volta. Ricordare il vecchio, lo tranquillizzava, gli restituiva il senso di dignità che troppo spesso veniva calpestato in quelle sue serate da ambulante. Non si capacitava di come un uomo potesse provare amore verso una donna, senza il timore di poterla perdere per un nonnulla. “Ogni gesto racconta una parte di te. Non tradire quel che sei“, gli diceva spesso. Se avesse avuto un’amante di cui prendersi  cura, non le avrebbe regalato rose, ma le avrebbe raccontato del male che esse provano nell’essere recise; le avrebbe parlato del terreno e della linfa, dell’acqua e del sole, del vento e della pazienza.

“… e invece te le regalo, perché te le meriti tutte. C’è così poca vita in questi gambi che persino le spine non fanno così male”.

Ci vuole coraggio per mostrarsi ad ogni gesto, ci vuole terreno, linfa, acqua e pazienza.
Jay, ormai disinibito, si sorprendeva solo per i clienti distratti, coloro versi i quali la sua stessa disinibizione diveniva per magia imbarazzo.
Terreno, linfa, acqua e pazienza.
Erano i clienti migliori, quelli che non si curavano di lui, quelli che coltivano l’amore con sfrontatezza, quelli che avevano occhi intensi e diretti verso la causa di quella distrazione, senza smagliature da super-io, quelli che avevano il timore di far crollare l’attenzione e le cure per colpa di un ambulante di rose qualunque.

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