Novelle

Una parola di troppo

E pensare che mentre era ancora tutto nel silenzio, il piccolo Sam avrebbe potuto trovare la salvezza.
Continuava a guardare Trudy nell’attesa che giungesse almeno da lui, anche solo un segnale per fuggire. Erano in trappola da oltre due ore e niente avrebbe cambiato la loro sorte, tanto più che quel lercio peloso s’era svegliato dal suo sonnellino pomeridiano. Bisogna aspettare ancora, un’ora almeno. Forse molte di più.
Non che temesse la morte, ma era insopportabile quell’attesa di nascosto, chiuso in una tana che iniziava a restringersi per quanto fiato e terrore riuscivano a cacciar fuori. Trudy era un maestro, di quelli che te ne ricordi per tutta la vita, di quelli che spuntano fuori dal nulla proprio quando sei certo di essertene dimenticato. Le prime fughe, i primi nascondigli, l’arte di arrangiarsi e il fiuto del pericolo. Ad una cosa però Trudy non s’era abituato ancora e proprio questa fu la condanna che gli fece tirare le cuoia.
Non s’era rassegnato al fatto di essere un semplice topo di fogna. Non aveva pazienza, tanto meno un pezzo di dignità. Non poteva conoscerla. Continuava a lustrare ogni oggetto che gli capitava tra le zampe con quel suo orrendo naso, annusava ogni straccio di merda e di prelibatezza con la stessa parsimonia, senza mai gioire o stupirsi di nulla. Piuttosto borbottava.
Borbottava e ingoiava.
Rifiuti o succulenze. Era uguale.
Comunque borbottava.
”Se potessi, darei una svolta a questa mia vita….Ecco, se solo potessi, cambierei vita”.
Lo ripeteva sempre, fino alla noia, tanto che persino il piccolo Sam, se ne fece una ragione e abbozzava senza nemmeno starlo a sentire.
Quella volta però, avrebbe potuto squittire di meno. Sam lo pensò, senza tuttavia dire una sola parola.
”Vedi ragazzo, queste sono le noie che spettano ai topi di fogna: una vita di fughe, fame e continue paure. Se solo fossi un gatto, un cane, potrei sperare in un padrone; anche se fossi un pesce, una tartaruga, un uccello. Ecco quello che ci tocca invece: starcene qui nell’attesa che cambi qualcosa, nella speranza che ‘sto gattaccio si plachi o si annoi, e ci lasci in pace. Ogni tana è una gabbia, un pericolo. Ogni posto puzza di morte e io sono stanco di queste continue pressioni. Non c’è salvezza, non c’è giustizia. E’ tutto uno schifo, come lo schifo che ci portiamo addosso.”

Avrebbe voluto dirglielo, Sam. E forse avrebbe fatto bene. “Taci, ora! Il gattaccio dorme e tu stai qui a borbottare ancora! Pezzo di idiota, ci porterai alla morte con le tue lagne. Vuoi cambiare davvero qualcosa? Allora, taci e fammi uscire di qui, Insegnami la fuga davanti a un gatto che dorme, insegnami questo piuttosto. Una parola di meno e saremo salvi. Invece siamo in trappola. Sono in trappola. Nella trappola dei tuoi continui lamenti.”
Stette zitto invece. Preferì assentarsi. Non ascoltarlo.
Infine si decise.
Il cambiamento è sempre una parola di troppo, rispetto alla voglia di cambiare davvero”.
Uscì dalla tana e iniziò a correre. Veloce.
E fu forse fortuna, perché quell’idiota di Trudy se ne restò imbambolato sul ciglio della tana, incastrato dall’immensa figura di un gattaccio e dei suoi occhi di morte.

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